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Halloween

2018-11-07 11:00

Marco Filipazzi

Recensioni Film, Horror, Halloween, HalloRemake,

Halloween

Uno scontro tra Michael e Laurie come mai prima d’ora sul grande schermo

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Sul finire degli anni ’70 alcuni produttori ebbero l’idea di realizzare un horror ambientato nel periodo di Halloween, che avesse come protagonista un killer di babysitter. Per scrivere e dirigere la pellicola ingaggiarono un regista ventinovenne semi-esordiente e il risultato fu un film in grado di rivoluzionare il genere. Fu anche un inaspettato successo, perciò i produttori fecero pressione su quel promettente regista per fargli confezionare un seguito. John Carpenter però non ne aveva la minima intenzione: riteneva che la sua opera fosse conclusa e non aveva più nulla da dire in merito. Quando però gli sventolarono sotto il naso un cospicuo assegno, cambiò opinione e si fece venir in mente qualche idea.


Sappiamo tutti com’è andata: il primo sequel è idealmente il secondo tempo di Halloween – La notte delle streghe, al quale sono succeduti 7 capitoli più altri due reboot (anche se forse è più giusto considerarli come una saga parallela) diretti da Rob Zombie.


E se invece John Carpenter l’avesse avuta vinta? Se l'episodio 2 e tutti gli altri sequel non fossero mai stati girati? Se ci ritrovassimo in questo 2018 a festeggiare il 40esimo compleanno di uno spendido, unico film che ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema e lanciato il filone slasher? D’altra parte questo nuovo film 2018 ignora l’intera saga, meno che il primo capitolo, facendosi beffa persino dell’idea che Michael Myers e Laurie Strode siano fratello e sorella: un’idea che John Carpenter ha sempre rinnegato perchè dettata dai produttori e non farina del suo sacco.


Altri indizi sparsi di questo “what if” sono il fatto che Carpenter, dopo anni di remake, reboot e sequel vari dei suoi film da cui si è sempre dissociato, sia sceso di nuovo in campo approvando il progetto e accettando di far comparire il suo nome nei (bellissimi!) titoli di testa in veste di produttore e autore della colonna sonora. Anche l’idea alla base della storia riprende in parte una di quelle scartate per la trama del primo sequel 1981: una Laurie Strode che, 10 anni dopo quella fatidica notte, si ritrova a dover fare di nuovo i conti con il killer dalla maschera bianca.


Nel 2018, però, gli anni trascorsi non sono 10, bensì 40. Una vita intera insomma, che Michael ha trascorso in un manicomio e Laurie nel terrore di quel fatidico 31 ottobre 1978. Oggi è una vecchia paranoica e alcolizzata – due matrimoni falliti alle spalle, una figlia che gli è stata sottratta dai servizi sociali – che vive in una casa-bunker sperduta tra i boschi, si addestra tutti i giorni con ogni tipo di arma e aspetta l’inevitabile faccia a faccia con Myers che ogni spettatore sa che giungerà entro lo scadere dei canonici 90 minuti di film.


Dal punto di vista della storia questo film 2018 non ha grosse sbavature (se non l’eccesso di ruffiani ammiccamenti al capostipite della serie) e si rivela coerente con se stesso, mantenendo le promesse fatte allo spettatore: uno scontro tra Michael e Laurie come mai prima d’ora (ovvero gli ultimi 20 minuti di film, il resto è l’ennesimo canovaccio trito e ritrito di qualsiasi slasher). Jamie Lee Curtis è in gran forma e ci regala un personaggio non banale, tanto agguerrito e disilluso da arrivare a ricordarci la Sarah Connor di T2 – Il giorno del giudizio: una donna che sa che dovrà affrontare un’inevitabile minaccia e consacra la sua intera vita a prepararsi a questo scontro, senza accettare alcun compromesso, custodia dei figli inclusa.


Sono corretti anche una serie di altri dettagli, dall’estetica in bilico tra il moderno e il retrò, ai rapporti tra le tre generazioni di Strode, dalla scena iniziale davvero riuscita sino ad alcune sequenze gore abbastanza gustose. Più una scena che fa pensare a come mai non avessero inserito prima un omicidio del genere in una saga intitolata alla notte più horror dell'anno.


Il problema è la regia. Come si fa ad affidare un horror al regista di Sua maestà, Strafumati, Lo Spaventapassere e ambire a ottenere un film che faccia anche solo vagamente paura? In questo film 2018 non c’è mai tensione e non aleggia mai un senso di pericolo sui personaggi – la telecamera segue letteralmente i movimenti di Michael quando, in origine, questo compariva all’improvviso come “L’ombra della strega”, alimentando l’aurea soprannaturale di un personaggio che qui è riportato a una dimensione molto più terrena sin dal primo minuto, quando compare sullo schermo senza l’iconica maschera – il che per un horror è un limite non indifferente.


In definitiva questo ennesimo capitolo è uno slasher qualunque, che scorre veloce e si dimentica altrettanto in fretta; ennesimo sequel di una saga che cerca di imprimersi nell’immaginario delle nuove generazioni. A conti fatti l’unica operazione sensata lagata a Michael Myers è il dittico di Rob Zombie: almeno lui cercava di aggiungere qualcosa di personale a un discorso altrimenti stantio.


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