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Terrifier

2018-07-04 10:00

Marco Filipazzi

Recensioni Film,

Terrifier

Durante la notte di Halloween, Art il clown perpetra il suo sanguinario massacro

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C’è autentica passione dietro un film come Terrifier. Indubbiamente la passione che Damien Leone (regista, sceneggiatore, artista del make-up e degli effetti speciali pratici) nutre per questo genere – lo slasher ovviamente, quello più cattivo, sadico, violento e sanguinario che ci sia – e poi, forse in misura ancor più grande, la passione che ha per il suo personaggio-pupillo: Art il clown. Già, perché questo inquietante pagliaccio è un vero e proprio fil rouge della sua filmografia, che compare in 4 delle 5 opere (tra lungometraggi e corti) dirette da Leone. Nel suo corto d’esordio, The 9th circle, Art si materializza nella sala d’attesa di una stazione e inizia a infastidire una ragazza; per lei sarà l’inizio di una discesa nell’Inferno.


Nel 2011, tre anni dopo, Leone dirige il suo secondo corto: Terrifier. L’indiscusso protagonista è ancora Art il clown, qui all’inseguimento di una donna che l’ha visto commettere un’omicidio. Successivamente Damien Leone debutta alla regia del lungometraggio All Hallows’Eve, storia di una babysitter che trova un vecchio VHS su cui sono registrati strani episodi (due dei quali sono proprio The 9th circle e Terrifier) con cerature soprannaturali, tra cui uno spaventoso pagliaccio. Un indizio: non è Pennywise. Terrifier è la glorificazione di Art il clown: mira a proiettarlo nel firmamento dei killer/maniaci/mostri dello slasher come nuova icona del genere.


Durante la notte di Halloween, Art perpetra il suo sanguinario massacro falciando ogni persona che intralci il suo cammino. Non ci sono storie sull’origine del mostro, trame articolate, noiose introspezioni o posticci colpi di scena; la trama è scarna, elementare, un puro showcase in cui il pagliaccio fa sfoggio di tutta la sua crudeltà. Immagini, atmosfera e omicidi sono il punto di forza del film. Basta l’inizio, quando Art entra in una pizzeria e si siede, per capire la potenza enorme del personaggio. Non fa assolutamente nulla, a parte starsene per i fatti suoi, ma questa presenza carica la scena di una tensione più inquietante dell’intero minutaggio di Pennywise in It.


Ma con un personaggio così carismatico era anche importante trovare il giusto tono, centrando l’equilibrio tra una buona dose di compiacimento splatter, il rispetto reverenziale per lo slasher crudo degli albori e la componente caricaturale/metafilmica che caratterizza il sottogenere da ormai un ventennio e ha anche stufato (ogni riferimento alla saga di Hatchet è puramente casuale). Questi elementi, amalgamati alla perfezione, fanno di Terrifier uno slasher riuscito e originale proprio perché gli stilemi classici vengono omaggia senza mai essere derisi. Anzi, c’è una scena che prende in giro la saga di Saw platealmente.


Terrifier è a tutti gli effetti uno slasher in pieno stile anni ’70: sporco, esagerato, grondante sangue ed effetti speciali pratici, che sfoggia una serie di efferatezze estreme molto succulente per gli amanti del genere. Proprio in questo suo sadico compiacimento trova alcuni punti in comune con Headless: ma al contrario del film di Arthur Cullipher, che aveva nella violenza malata del suo maniaco il fulcro della narrazione, Damien Leone gioca molto di più con tensione, paura e inquietudine. Il risultato è un film sopra le righe su diversi fronti, con un’impennata soprannaturale nel finire (forse la sola nota stonata) che però assume maggior senso dopo aver visionato i due cortometraggi citati in apertura, che contestualizzano Art come un demone infernale. Meraviglioso, ma per cultori.


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