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Tutti gli uomini del presidente

2018-02-06 11:00

Federica Cremonini

Recensioni Film,

Tutti gli uomini del presidente

Un film-manifesto, uno di quelli che non ammette delineazioni psicologiche o figure di fantasia

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Prima del 17 giugno 1972, "Watergate” era soltanto il nome del complesso residenziale di Washington in cui era situata la sede del Partito Democratico. Quella notte, cinque uomini furono colti all’interno dell’edificio e arrestati, accusati di aver posizionato delle microspie telefoniche al fine di intercettare le comunicazioni. Da allora, con Watergate si indica, più propriamente, lo scandalo stesso anziché il luogo in cui l’avvenimento ebbe luogo. L’evento fu talmente grosso, in pratica, da riuscire a modificare il significato della parola stessa. Eppure ad Alan J. Pakula viene naturale mostrare in Tutti gli uomini del presidente come nella storia sia ancor più determinante, anche più degli accadimenti stessi, chi questi fatti li cerca, li scova e li svela, per poi raccontarli. È sicuramente questa la sostanziale differenza fra il The Post di Steven Spielberg, attraversato da refoli nostalgici perché concepito quarant’anni dopo le vicende narrate, e il ben più vivido instant-movie di Alan J. Pakula. Senza ombra di dubbio l’opera più celebre all'interno della filmografia del genere, fu scritta appena quattro anni dopo l’udienza in tribunale di quei cinque uomini e solo due anni dopo l’inchiesta del Washington Post, episodio che condusse il presidente Nixon verso l’impeachment e le immediate dimissioni.


Bob Woodward (Robert Redford) e Carl Bernstein (Dustin Hoffman) - nella realtà autori dell’omonimo libro che ispirò il soggetto del film (spinti, a loro volta, da un’esplicita richiesta di Redford, già interessato a produrne un film) - forse non erano ancora i dipendenti più amati da Benjamin Bradlee, direttore del giornale, e forse all’epoca nemmeno i più esperti, ma certamente i più famelici giornalisti del Washington Post. Viene naturale, allora, guardare a Tutti gli uomini del presidente come a un fenomeno irripetibile, più unico che raro; così palpitante e nitido perché ancora immerso - dal primo all’ultimo fotogramma - nel cuore delle indagini, nella fanghiglia della politica disonesta e degli effetti del potere di un singolo e nell’autenticità di divulgazioni che oggi, se anche esistessero, non scotterebbero nemmeno più. I toni nembosi del film di Alan J. Pakula, evidenziati dall’ormai indelebile lavoro sulla fotografia a opera di Gordon Willis; la rarefazione dell’atmosfera che investe gli uffici, le strade e le case; le due figure portanti (di straordinaria presenza, considerate le sopraffine prove attoriali di Robert Redford e Dustin Hoffman), il cui spessore psicologico è perlopiù caratterizzato dalla loro vincolante e martellante devozione alla loro missione, che va delineandosi con maggiore precisione grazie al progressivo concatenarsi di rivelazioni e confessioni annodate ad altre scoperte via via più consistenti: tutti questi sono elementi chiarificatori dell’essenza di un film inevitabilmente legato al suo contesto storico, specchio di una nazione ancora scossa dal trauma di menzogne secolari, tanto imperdonabili da essere sempre state percepite come tali. Il film-manifesto per eccellenza, in pratica: uno di quelli che non ammette delineazioni psicologiche o figure di fantasia che possano favorire la comprensione delle vicende. I fatti bastano, e la tensione è ineccepibile. Un’opera che mira dritto al nucleo dell’inchiesta senza prestarsi mai, neppure per idea, a trucchi di alcun tipo.


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