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Swiss Army Man - Un amico multiuso

2018-01-14 11:00

Marco Filipazzi

Film,

Swiss Army Man - Un amico multiuso

Swiss Army Man, una piccola imperdibile "follia" cinematografica

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Il concetto di bello o brutto è di per sé labile e lo diventa ancor di più quando viene applicato come opinione personale a un'opera d’arte. Quadri, sculture, mostre e, perché no, anche libri e film sono tutti soggetti a un giudizio che è solo ed esclusivamente nostro. Una cosa che molto spesso viene dimenticata nell’era dei social network, della polemica a ogni costo e degli haters. Spesso ci si può trovare concordi con la massa, qualche volta si è fieri di andare controcorrente, ma in ogni caso sarà impossibile avere un giudizio univoco e collettivamente concorde. Una volta assodato questo concetto bisogna prendere coscienza del fatto che in rare occasioni ci si può imbattere in un’opera che non è facilmente etichettabile secondo i criteri convenzionali, perchè trascende il generico concetto di bello/brutto/carino/mediocre o quant’altro. Sono opere d’arte ibride, talmente estreme e fuori dagli schemi che risultano fuggevoli, ma che in qualche modo riescono a lasciare un proprio segno impresso in noi anche molti giorni dopo la visione.


Un esempio di questo difficile inquadramento è senza dubbio Swiss Army Man - Un amico multiuso, diretto da Den Kwan e Daniel Scheinert (in arte i Daniels) e presentato – suscitando reazioni contrastanti e ambigue – al Sundance Film Festival del 2016 e a seguire in una serie di altri festival dove si è aggiudicato alcuni premi e diverse candidature.


La storia inizia con Hank (Paul Dano), un ragazzo confinato su di un’isola deserta. Stremato e ormai privo di qualsiasi speranza, decide farla finita e impiccarsi: ma mentre sta per compiere l’estremo gesto vede depositarsi sulla spiaggia, portato dalle onde, il cadavere di Manny (Daniel Radcliffe). Non si tratta, però, di un cadavere qualunque (e per una volta i distributori italiani hanno fatto un ottimo lavoro aggiungendo il sottotitolo Un amico multiuso): Manny emana flatulenze, parla con versi gutturali, all’occorrenza vomita acqua cristallina e può avere erezioni che indicano la strada da seguire.


Raccontata così, la trama di Swiss Army Man - Un amico multiuso sembra a dir poco assurda e assomiglia più a un delirio dettato da un cocktail di alcolici e stupefacenti piuttosto che a una sceneggiatura cinematografica. Ma nascosti sotto questo improbabile incipit, seppellite da un guazzabuglio di situazioni sempre in bilico tra il demenziale, il grottesco, il drammatico e il weird, spiccano una serie di metafore allucinate e oniriche che, al termine della visione, appaiono allo spettatore chiare e criptiche al tempo stesso.


Lo scheletro principale della trama è, infatti, l’amicizia che si crea tra i due protagonisti (non si riesce mai a capire se il personaggio di Daniel Radcliffe sia realmente un cadavere, un allucinazione, uno zombie o quant’altro): e mentre Hank insegna al morto concetti base come amore o amicizia, sembra che in realtà sia lui quello che sta imparando delle preziose lezioni. Un gioco di specchi e di metafore che magari non appare sempre chiaro, ma che è senza dubbio di grande impatto. Basta prendere a esempio la scena dell’autobus per capire che stiamo realmente guardando un esempio di grande cinema. Senza dubbio cinema atipico, ma comunque estremamente efficace ed emotivo.


Swiss Army Man - Un amico multiuso di sicuro non è un film per tutti e al pubblico mainstream potrà apparire ostico, noioso e persino orribile; ma chi riesce ad apprezzare questo tipo di pellicole fuori dagli schemi rimarrà estremamente soddisfatto. Una riflessione sul significato stesso della vita e una messa in scena che sfida qualsiasi convenzione sia logica che cinematografica, il che non è una cosa da sottovalutare.


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