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Coco

2017-12-15 11:00

Federica Cremonini

Recensioni Film, pixar,

Coco

Un film sull'importanza del passato e della memoria, personale e collettiva

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Miguel è un bambino che ha un ingombrante sogno nel cassetto: diventare una grande star come Ernesto de la Cruz, leggenda della musica messicana, suo idolo e fonte d'ispirazione. Nel Giorno dei Morti, tuttavia, qualcosa va storto e il piccolo Miguel si ritrova catapultato nella Terra dell'Aldilà, dove scopre le origini della sua famiglia e incontra lo spirito Hector, che lo accompagnerà nel sorprendente viaggio.


Coco era già in cantiere da quando Lee Unkrich, regista di punta della fabbrica Pixar, aveva terminato la lavorazione di Toy Story 3 - La Grande Fuga, primo film di cui tiene le redini (era solo co-regista del secondo capitolo sui giocattoli viventi, così come nei seguenti Monsters & co. e Alla ricerca di Nemo). E che il suo secondo lungometraggio d'animazione avesse le proprie radici piantate nell'ormai lontano 2011 è chiaro da molte cose, prima fra tutte la mai troppo vecchia tematica del mondo parallelo in cui tutto è capovolto. Allo stesso modo della Boo di Monsters & co., del minuscolo Nemo intrappolato in un acquario a Sidney, ma anche della Coraline di Henry Selick o del Jack di Tim Burton, Miguel è l'unico a possedere gli strumenti per stanare una porta segreta (qui un ponte di foglie dorate) che fa da tramite fra la sua realtà e un mondo-altro fatto di spettri.


Se in un film come Inside Out, tuttavia, questo cosmo aveva il compito di riprodurre nel modo più sintetico possibile la psiche di una bambina, in Coco la questione si fa assai più semplice e lo stesso spazio viene dedicato alla raffigurazione di un passato poco conosciuto. Si torna indietro, dunque, per meglio esplorare il presente. Ma tornare indietro significa fare i conti con anni, decenni, forse secoli di questione familiari irrisolte, menzogne, inganni, verità da anni sepolte e ora da rispolverare. Non si tratta di una versione alternativa peggiore, dunque (niente terrificanti aracnidi celate sotto le vesti di mamme adorabili, come nella fantasia di Selick), né più ammaliante, quella scovata dal protagonista di Coco: il passato è solo una verità diversa, lontana, ma solida e tangibile quanto una fotografia ingiallita riposta su un mobile. Il passato diviene una sterminata Atlantide policromatica, ovunque tinteggiata con i pigmenti di cui s'illumina il "Dìa de los muertos", che caricaturizza la morte, accompagnandola a feste e musica, e si fonde con la mitologia.


Il problema nel piccolo nucleo famigliare è, per Unkrich, un pretesto perfetto per osservare in più vasta scala la lunghissima Tradizione culturale di un paese prossimo al suo ma profondamente diverso, nato da una combinazione delle pregnanti popolazioni precolombiane con il tardivo influsso degli europei che dà origine a un sincretismo unico, fondamentale per spiegare la ricorrenza del Dìa de Los Muertos. Si tratta di una mescolanza che, in Coco, viene sintetizzata proprio nella sovrapposizione di un piano sull'altro; quello dei vivi (che è anche quello più "europeo"), s'interseca con quello dei defunti di ogni tempo, di civiltà estinte che rimangono in vita attraverso il folclore.


Ed è per maleficio, non per casualità, che Miguel si ritrova proiettato all'interno di questo limbo, costretto tappa dopo tappa a fare i conti con il significativo ribaltamento di convinzioni e dogmi familiari dettati da secolari trasmissioni di regole e divieti. Miguel paga, come accaduto ad altri eroi (non solo Pixar), lo scotto di una famiglia che pecca di cecità. Come i migliori amici dell'azzurro Sulley protagonista di Monsters & co, come la severa autorità di un padre che a Nemo costa lo smarrimento in un mondo ben più selvaggio dell'oceano, come la negligenza dei genitori dell'undicenne Riley di Inside Out, a Miguel viene negata la possibilità di inseguire il sogno della musica senza che qualcuno fornisca un perché. Miguel non viene neppure ascoltato. Ed è da questo errore, il solito, che il viaggio personale del singolo individuo gli permette di risalire lungo l'albero genealogico della propria famiglia e fronteggiare per essa conflitti che nell'arco di lunghi decenni non sono mai stati risolti. Il cammino intrapreso conduce il protagonista verso l'eccentrico Hector, lo spirito di un reietto, un "perdente" che per Miguel è chiave e contrappasso per tornare a casa e che non ha più nessun sogno e nessuna richiesta, eccetto quella di una sola persona che al di là del ponte possa tenere in vita il suo ricordo.


Coco, dunque, enfatizza la Tradizione con la T maiuscola e mette in discussione la tradizione, quella con la t minuscola; quella che pullula nelle case delle famiglie che accendono cerini per i morti e per antenati di cui solo una foto può riprodurre il volto, ma che non sono altrettanto in grado di comunicare con i vivi, con figli che inseguono un futuro radioso e le proprie ambizioni, ostacolati dalla loro intrinseca difficoltà e dai bastoni fra le ruote lì posti da coloro che dovrebbero solo aiutare a rimuoverli. Non senza alcuni limiti, perlopiù relativi a un rapido cambio di rotta stabilito all'incirca a metà film (l'intelligente critica a un'autorità genitoriale punitiva viene accantonata per far spazio ad altre tematiche sì importanti, ma differenti), Coco riesce a emozionare e a farsi appassionante portavoce dell'importanza del passato e della memoria, personale e collettiva.


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