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Cento anni

2017-12-06 11:00

Marcello Perucca

Recensioni Film,

Cento anni

A cosa servono i morti? È la domanda ricorrente che ci accompagna per tutta la durata del nuovo film di Davide Ferrario

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A cosa servono i morti? È la domanda ricorrente che ci accompagna per tutta la durata del nuovo film di Davide Ferrario Cento anni, presentato al 35° Torino Film Festival. Morti in guerra, morti civili, morti per le bombe fasciste. Morti che attraversano 100 anni di storia d'Italia che il regista ripercorre a partire dalla disfatta di Caporetto, avvenuta il 24 ottobre 1917. Davide Ferrario parte da qui, da quello che fu l’evento più tragico di tutta la storia dell’esercito italiano, per ripercorrere le fasi più salienti e drammatiche della nostra storia. Ragionando su come, dopo ogni grande sconfitta della vita civile e sociale italiana, ci sia stata la capacità di risollevarsi. Infatti le tante Caporetto sono la base di partenza per ragionare su come ripartire. Per indagare, come spiega il regista, «sulla sconfitta come condizione per sperare in futuri diversi».


Cento anni, impreziosito da filmati d’epoca, è diviso in quattro grandi capitoli. Il primo, dedicato alla tragedia di Caporetto, è forse il più intenso, grazie agli interventi appassionati di Marco Paolini e Diana Hobel e alle musiche coinvolgenti di Fabio Barovero. Viene spontaneo, ascoltando gli interventi e guardando le immagini storiche, fare un parallelo con il presente. Come non paragonare i profughi di allora che scappavano dalla guerra con quelli di oggi, in fuga da altri conflitti? O alle violenze, agli stupri commessi durante tutte le guerre, sino ai giorni nostri?


Il merito del film che Davide Ferrario ha realizzato su un soggetto di Giorgio Mastrorocco, è quello di creare collegamenti fra vari episodi della storia del nostro paese apparentemente slegati fra loro ma, in realtà, accomunati tutti dalla sconfitta. La sconfitta della ragione, potremmo dire. Come l'ascesa del fascismo, raccontata da Massimo Zamboni, ex chitarrista di CCCP e CSI, attraverso la vicenda del nonno:, fascista della prima ora, poi ucciso da quei partigiani che consentirono all’Italia di rialzare la testa.


O come nel 1974 a Brescia, quando in piazza della Loggia, una bomba provocò una strage per la quale dopo molti anni sono stati individuati e condannati i colpevoli. O, infine, quella che Ferrario e Mastrorocco individuano come la sconfitta dei nostri tempi: lo spopolamento di ampie zone del nostro meridione e il relativo forte calo demografico, vera e propria Caporetto attuale.


Quindi a cosa servono i morti? Forse, come fa Davide Ferrario in conclusione del suo film, a doversi chiedere a cosa servono i vivi. A capire che dopo ogni sconfitta c’è la rinascita. E anche in questo caso la speranza di riscatto viene dai giovani, che vediamo scalare una montagna, metafora forse un po’ troppo schematica ma efficace della voglia e della volontà di non farsi piegare e di reagire.


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