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La truffa dei Logan

2017-11-06 11:00

Federica Cremonini

Film,

La truffa dei Logan

Il ritorno di Soderbergh all'heist movie

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I fratelli Jimmy (Channing Tatum) e Clyde Logan (Adam Driver) organizzano una rapina durante la Coca-Cola 600, la gara Nascar più gettonata del Charlotte Motor's Speedway, che si svolge ogni anno nel North Carolina. Chiedono aiuto al recluso Joe Bang (Daniel Craig), esperto in materia, complicando ancor più le cose per permettere al galeotto di fuggire dalla prigione ed entrare a far parte dell'elaborato piano.


Presentato in concorso alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Logan Lucky rappresenta il definitivo ritorno di Steven Soderbergh all'heist movie dopo una parentesi, non così breve (dieci anni), che ha visto il regista statunitense cimentarsi nel thriller psicologico (Side effects) come nel thriller dal respiro apocalittico (Contagion), non tralasciando un paio di prodotti televisivi, ma non meno autoriali, che spaziano dal biopic drammatico con sfumature kitsch (la miniserie Behind the Candelabra) al dramma medical in costume (The Knick). Logan Lucky nasce sul culminare di questo periodo variegato e rappresenta un ritorno a una "tradizione" ma, allo stesso tempo, una rilettura di Ocean's che ne raffigura l'altra faccia della medaglia.


Via il glam della trilogia remake di Colpo grosso: Logan Lucky ruota attorno la preparazione di una rapina che, dai labirintici casinò di Las Vegas, viene spostata in pieno giorno e in una più piccola città del North Carolina. Rimane ancora l'elemento corale, sebbene appaia più flebile e circoscritto a una cerchia di personaggi che non solo è più ristretta rispetto alla saga di Ocean's ma, anche, è tenuta assieme dalla figura di Jimmy, vero collante del gruppo. Soderbergh si avvale dell'aiuto di collaboratori reali e fittizi (come la sceneggiatrice Rebecca Blunt, più che possibile pseudonimo del regista-sceneggiatore) già visti in azione: come David Holmes alla colonna sonora, quasi l'unico comparto in cui non si mette alla prova. Perché qui come nei due capitoli di Magic Mike, come in Intrigo a Berlino, come in Behind the Candelabra o Side Effects, Steven Soderbergh è un camaleontico direttore della fotografia e montatore capace di mutare, all'occorrenza, stile e approccio in ogni campo che lo coinvolga.


Qui viene stabilito un ulteriore punto di divergenza tra Ocean's e il suo b-side in salsa country: perché se la scrittura di Logan Lucky appare meno coesa, meno strutturata, certamente più ambiziosa ma anche un po' più disorganica, è forse una conseguenza del cambio di sceneggiatore. Nel più efficace capitolo della celebre trilogia il nome di George Clayton Johnson rappresentava non uno pseudonimo, ma la garanzia di uno scrittore; la firma del soggetto di Colpo grosso (l'originale Ocean's Eleven). E la differenza si avverte, come si percepisce nel montaggio - che in Ocean's non portava un altro pseudonimo di Soderbergh, bensì il nome di Stephen Mirrione, montatore reale e dietro altre opere del regista. Il montaggio si fa, invece, in Logan Lucky, meno forsennato, più freddo e controllato, come la regia. Quasi ogni singolo ramo di questo film conduce e parte da Soderbergh stesso e si vede. Le peculiarità del regista ritornano insieme al genere che lo consacrò al cinema d'intrattenimento nel 2001, subito dopo il ben accolto Traffic (2000), e tornano tutte insieme. Channing Tatum veste i panni di Jimmy, che è ancora una piccola, piccolissima parte di quel mondo borderline che l'autore aveva narrato già in Magic Mike (e non è casuale che l'attore sia anche lì protagonista), e che ha un rapporto strettissimo con una figlia, la già brava Farrah Mackenzie, affidata a una ex moglie (Katie Holmes) che invece ha un marito ricchissimo, una casa gigantesca e una proiezione (sua figlia, appunto) delle vecchie aspirazioni che la vita le ha negato. Jimmy non vuole e non può fare parte di questo sogno realizzato, ma può ancora sovvertire il sistema dall'interno. Anzi, da sotto, perché il groviglio di corridoi scintillanti che in Ocean's Eleven veniva indagato dalla macchina da presa, che pedinava i truffatori ovunque, qui diviene un dedalo di gallerie sotterranee che connettono le miniere in cui Jimmy lavora - o ha lavorato, fino al licenziamento che dà il via alle vicende del film - fino al centro esatto della rapina, la sede della gara automobilistica.


Il trio formato da i due fratelli e da Mellie (intepretata da Riley Reough, nientemeno che la nipote di Elvis) e le rocambolesche avventure nelle contee del West Virginia - cui nel film si dedica un inno - sono tutte cose che non possono non rammentare Bo, Luke e l'avvenente Daisy protagonisti di Hazzard e di quell'immaginario, quello spirito. Un sorprendente Daniel Craig sfoggia, dal canto suo, un accento continentale e un look da detenuto che portano reminiscenze mcqueeniane nella parodizzazione spassosa, ma raffinata (Joe non è di certo uno sprovveduto, né uno stupido), dell'escape movie, genere di cui fu proprio Steve McQueen il volto più iconico. E regala la sua migliore prova recitativa. Logan Lucky è, dunque, il divertissement di un regista che ha sempre lavorato sugli equilibri, tanto nella messinscena quanto nella delineazione dei suoi personaggi (Adam Driver senza un braccio fa poi ridere solo a dirsi, non così tanto a vedersi), che flirta con il genere action tenendosi sempre sull'esatto confine che lo scinde dagli altri generi esplorati e che, con facilità e maestria, trova sempre il perfetto tono tra il comico e il serioso, tra il profondo e il leggero. 



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