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The Witch

2017-09-29 10:00

Edoardo Ribaldone

Recensioni Film,

The Witch

Un film importante, non solo per il cinema di genere

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Nel New England del diciassettesimo secolo, una famiglia di coloni, allontanata dal villaggio d’origine, costruisce una nuova abitazione in una radura nella foresta. Poco dopo il suo arrivo, si verificano fenomeni tragici e inspiegabili che ne minano progressivamente la compattezza. La responsabilità di tali eventi viene attribuita alla figlia maggiore Thomasin, creduta succube dell’influsso malefico di una strega che dimora nel bosco intorno alla casa.


The Witch è un film importante, non solo per il cinema di genere ma anche per le scelte coerenti di messa in scena e per il rifiuto di omologarsi ai canoni di rappresentazione correnti. Al contrario, il film di Robert Eggers crea qualcosa di nuovo guardando e reinterpretando il cinema del passato, specialmente il gotico italiano degli anni sessanta e i coevi film inglesi prodotti dalla Hammer. La regia privilegia infatti riprese continue di durata ben superiore a quella consueta: una simile scelta non può non risultare marcata, in quanto rende subito evidente allo spettatore la presenza dell’istanza narrante, che sceglie consapevolmente un modo di rappresentazione in controtendenza rispetto all’attuale. Questo tempo dilatato, nel quale l’occhio ha modo di leggere l’inquadratura in ogni sua parte e dettaglio, avvince lo spettatore nell’atmosfera soprannaturale del film ed esprime un senso di minaccia incombente, anticipata dalle sciagure che colpiscono la famiglia di coloni.


La modalità con cui la regia sceglie di rappresentare l’ingresso nella realtà diurna dell’ignoto è dunque antitetico rispetto a quello del cinema coevo: qui troviamo infatti lunghe riprese continue che conducono per gradi lo spettatore nella dimensione del fantastico che, lentamente, s’insinua nella vita dei protagonisti e irreversibilmente la muta. Prevalgono i piani fissi e i movimenti di macchina, quando presenti, sono minimi, appena accennati, spesso subordinati a seguire lo spostamento dei personaggi. Particolare importanza riveste poi la fotografia, anch’essa in controtendenza rispetto alle abitudini odierne. La scelta di girare su pellicola e non in digitale si ricollega a un’abitudine che oggi va scomparendo; così come il rifiuto di scenografie e di effetti in CGI.. I colori dominanti sono quelli bassi e cupi dei luoghi dov’è ambientata l’azione: solo il bianco dei fazzoletti e delle vesti femminili spezza a tratti l’uniforme ed egemone tonalità scura. A una scelta cromatica dominante, che privilegia le tonalità castane e fumose, si oppongono alcuni brevi segmenti che vedono al contrario opposizioni nette fra il bianco e il nero, il chiaro e lo scuro. Su una medesima linea di rifiuto del modo di rappresentazione corrente si muove la partitura musicale, concentrata in uno spazio piuttosto esiguo e quasi mai invasiva: tanto da renderne quasi impercettibile la presenza. O meglio, da non manifestarla finché, con sonorità più marcate e decise, giunge inattesa allo spettatore e ascoltatore. Certo, il film è un horror e come tale rispetta le regole del genere: non manca infatti lo spavento puro, volto a colpire l’emotività dello spettatore. Sul piano tematico il film conduce una critica radicale dell’istituzione cardine della società americana: quella familiare. Ma sono proprio l’occulto, l’ignoto e il demoniaco a far emergere il dispotismo che vi regna. A muovere i sentimenti negativi dei personaggi non è dunque un presunto influsso malefico, ma l’ignoranza, la superstizione, l’oscurantismo e una primordiale paura dell’ignoto.


Una volta distrutto il nucleo familiare, la dimensione del fantastico prende il sopravvento e diviene l’unica e sola realtà: liberatasi dai pericolosi legami, la protagonista può finalmente entrare in una nuova dimensione. Il fantastico si configura dunque come l’unico strumento grazie al quale tale liberazione può compiersi: forza irresistibile che distrugge la vita di una comunità che ha scelto la sottomissione e il sospetto come norma cui ispirarsi. Il film rappresenta dunque un unicum nel coevo panorama cinematografico, per le scelte rappresentative come per quelle tematiche. Sorretto da buone interpretazioni (quelle degli attori più giovani specialmente), indica al cinema di genere strade alternative e rammenta modalità di ripresa e di messa in scena che vanno oggi scomparendo.


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