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Kingsman: Il cerchio d'oro

2018-09-23 10:00

Marco Filipazzi

Recensioni Film, marvel, dccomics, fumetti, Kingsman,

Kingsman: Il cerchio d'oro

Una versione 2.0 del James Bond tardo-Sean Connery

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Nel 2008 Mark Millar prende gli stereotipi più abusati dal fumetto di supereroi americano e li cala in una cruda realtà, dove l’eroe è un ragazzo problematico senza superpoteri, i colpi dei cattivi rischiano di mandarti all’Altro Mondo e soprattutto il Bene non trionfa quasi mai. Nel 2010 Matthew Vaughn adatta quella storia per il cinema e, seppur apportando alcuni cambiamenti, non perde per strada nemmeno un’oncia della satira/critica/parodia del genere che è la vera anima di Kick Ass. A 4 anni di distanza dall’inizio del loro sodalizio, Vaughn traspone al cinema un’altro figlio di carta di Millar e questa volta è Kingsman: Secret Service (2014). In realtà le due opere hanno in comune solo l’incipit – un ragazzo di strada che viene scelto dai servizi super-segreti britannici come recluta; che poi è un topos abusatissimo, da Men in black a R.I.P.D. – Poliziotti dall’aldilà – perchè tutto il contorno, che pare una versione 2.0 intamarrita del James Bond tardo-Sean Connery, è tutta farina del sacco di Vaughn e Jane Goldman, co-sceneggiatrice di entrambi i film.


Kingsman: Secret Service è un successo: incassa 413 milioni nel mondo e si guadagna qualche plauso dalla critica. Era ovvio che un sequel venisse messo in cantiere prima che l’entusiasmo si raffreddasse. Kingsman: Il cerchio d'oro arriva tre anni dopo riproponendo tutte quelle situazioni, personaggi e citazioni che erano piaciute ai fan nel primo capitolo. Ma, come vuole la legge dei sequel, le rifà più grandi, più fracassone e più assurde. E la cosa sorprendente è che forse questo secondo film funziona (e diverte) ancor meglio che il suo predecessore, gettando le basi per una potenziale, infinita saga proprio come quella a cui maggiormente si ispira: James Bond.


I servizi segreti Kingsman vengono messi in ginocchio dopo che la loro base operativa e tutti gli agenti vengono “silurati” in senso letterale. I sopravvissuti sono solo Eggsy e Merlino, i quali invocano il “protocollo Apocalisse” che li conduce in America, nel Kentucky, dove scopriranno che esiste un servizio segreto gemello noto come Stateman, non formato da gentleman ma da cowboy, ovviamente. Ma chi ha attaccato i Kingsman? E perché?


Come detto sopra non c’è alcun nuovo concept, nessun proseguo vero e proprio della storia originale: tutto ciò che è piaciuto nella prima pellicola viene riproposto pari pari, ma sotto steroidi, in modo da apparire ancor più fracassone. Un cattivo inusuale e ben caratterizzato (Julianne Moore è una casalinga frustrata, narcotrafficante, che si nasconde in una città nella giungla che rimanda ai film di fantascienza dei 50s, con tanto di cani-robot), scene di combattimento ancor più prolungate e vorticose (nulla da dire, Vaughn sa come girarle, ma un po’ meno digitale non sarebbe guastato) e soprattutto gadget sempre più esagerati. Ma il twist (per modo di dire dato che il suo faccione appariva su tutto il materiale promozionale) più clamoroso riguarda la riesumazione di Colin Firth dopo che nel primo film era uscito di scena con una pallottola piantata in faccia a una distanza a dir poco ravvicinata. Matthew Vaughn voleva fortemente l’attore anche nel sequel, tanto da sondare le più disperate soluzioni pur di riportarlo sullo schermo, da un potenziale gemello malvagio alla possibilità di farlo apparire come fantasma.


Tutto questo al netto del fatto che nel film compaiono ben 4 premi Oscar, due dei quali però fortemente sottosfruttati rispetto al loro potenziale, specialmente Halle Berry, il cui personaggio è ridotto a mera comparsa. Anche se l’autentico escluso è Channing Tatum: presentazione al fulmicotone con promesse di divorarsi l’intero film... prima di essere messo all’angolo in modo pretestuoso e insensato. La scena finale fa ben sperare per un eventuale Kingsman 3 in cui queste piccole sbavature potrebbero essere corrette, regalandoci un film ancor più buzzurro, nel senso più genuino del termine.


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