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Vittoria e Abdul

2017-09-09 10:00

Valentina Pettinato

Recensioni Film,

Vittoria e Abdul

La strana amicizia tra un servitore indiano e la regina Vittoria

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Presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, l’ultimo lavoro di Stephen Frears, Vittoria e Abdul, è tratto dall’omonimo libro di Shrabani Basu che racconta la strana amicizia tra un servitore indiano e la regina Vittoria. L’indiano Abdul (Ali Fazal), che ad Agra tiene in ordine i registri dei prigionieri, ha un importante compito: quello di consegnare alla Regina Vittoria (Judi Dench) una medaglia cerimoniale preziosa, simbolo di riconoscenza delle colonie inglesi alla loro sovrana. La sua permanenza a corte, però, si protrae più a lungo del previsto. La regina è infatti affascinata da questo esotico ospite e decide di nominarlo suo maestro spirituale, suscitando le ire della sua famiglia e del suo personale.


Stephen Frears torna a dirigere la meravigliosa Judi Dench in una nuova deliziosa commedia british che dosa sapientemente elementi storici a spunti di attualità e politica, con uno sguardo ironico e critico sul contemporaneo. L’amicizia tra i due è un espediente per raccontare culture agli antipodi e dinamiche geopolitiche che hanno portato al prevalere di una sull’altra, riconoscendone però pari dignità. La narrazione mette al centro il rapporto sui generis tra il giovane servo indiano e la regina, un legame moderno e impensabile nell’epoca storica in cui è collocato, mettendolo a servizio di un discorso più ampio sull’integrazione. La regina e Abdul, con la loro amicizia, si scagliano contro le contraddizioni storiche, opponendo alle convenzioni i sentimenti. Frears racconta le vicende attraverso una sceneggiatura (Lee Hall) strafottente, con dialoghi sagaci che conquistano: un classico film di genere, che funziona più per la leggerezza di spirito che per messa in scena.


Pur semplicistico e ripetitivo nelle dinamiche narrative, l’andamento filmico nella prima parte si concentra sulla rappresentazione delle differenze religiose e culturali tra colonie e colonialisti, nella seconda lascia spazio alla risoluzione delle contraddizioni e alla messa in scena di un tentativo, seppur insolito, di superamento delle antitesi. Frears, pure fedele a una confezione che gli è congeniale, in questo caso rischia un po’ di più attraverso delle scelte stilistiche che sfumano leggermente i contorni del film in costume e lo avvicinano a un biopic irriverente, sin dalle prime battute. La scelta di enfatizzare i difetti di Vittoria - il film si apre con la regina che russa sonoramente, mangia in maniera avida, sporcandosi il viso con il cibo - è un ottimo espediente narrativo per collocare la pellicola in un periodo storico, quello degli ultimi anni più noiosi di regno, in cui la regina è stanca della forma, delle etichette e della routine.


Così, Vittoria e Abdul caratterizza in maniera calcata la sua protagonista principale, facendone l'icona di un periodo storico che volge al termine, ma anche una donna che ha perso tutto (ha visto morire persone amate, affetti sinceri) e che si sente terribilmente stanca di essere sola. Diversi elementi e molte sottotrame restituiscono allo spettatore il racconto di un’amicizia vera (venuta allo scoperto solo di recente attraverso dei vecchi diari), un discorso giocoso sui vecchi cliché della storia, un affresco femminile delicato e sincero. Bellissima la scelta di far andar via la regina attraverso la benedizione del suo mushi, Abdul, un musulmano. Un bellissimo film che supera la dimensione storica in cui hanno luogo le azioni e diventa attuale. Di più, universale.


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