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un progetto di Piano9 Produzioni

Leatherface

2017-09-15 10:00

Marco Filipazzi

Film, horror, non aprite quella porta,

Leatherface

Leatherface, un libero prequel di Non aprite quella porta

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Di quanto sia difficile fare un esordio a bomba e poi mantenere un livello adeguato per i successivi lungometraggi ne abbiamo parlato già {a href='https://www.silenzioinsala.com/4364/the-devils-candy/recensione-film'}qui{/a}. Tra i (molti) registi non citati nell’articolo vi è anche il duo francese composto da Julien Maury e Alexandre Bustillo, che nel 2007 si imposero all’attenzione del pubblico estremo con A l’intérieur, declinazione dell’home-invasion che ha come protagonista una donna incinta assediata in casa sua da una psicopatica che vuole strapparle il feto dal ventre; il tutto condito con tanto sangue, tanta violenza e ancor più realismo.


A esso sono seguiti Livide e Among the living, pellicole altalenanti che non sono riuscite a raggiungere le vette di shock dell’esordio. Nonostante ciò era lampante che il duo avesse uno spiccato talento per l’horror e il macabro, al punto che gli americani hanno loro offerto per ben tre volte operazioni di una certa rilevanza nel panorama del genere (i reboot/remake di Hellraiser e Nightmare oltre al sequel di Halloween), ma i registi hanno sempre declinato preferendo mantenersi lontani dal circuito mainstream. Al quarto tentativo però hanno ceduto, accettando la regia di Leatherface, prequel di Non aprite quella porta. Se consideriamo le grandi saghe horror, questa è forse quella più discontinua e bistrattata, a partire dal primo sequel del 1986 che venne preso a pernacchie da critica e pubblico salvo poi essere rivalutato nel tempo, soprattutto grazie al cinema di Rob Zombie. Gli 8 film di cui la serie è a oggi composta non seguono un solo filone narrativo, ma sono perlopiù confusionari e aggrovigliati, contando - in ordine sparso - tre sequel diretti del film del ’74 che si escludono a vicenda, un reboot, un remake e due prequel non complementari. Insomma, l’unico caposaldo resta il seminale film di Tobe Hooper di cui questo Leatherface è un prequel diretto, tutto il resto non conta.


Texas, 1955. Il piccolo Jedidiah "Jed" Sawyer viene strappato dalle braccia della sua "amorevole famiglia dedita all’omicidio" e rinchiuso in un riformatorio minorile, dove gli viene cambiato il nome per far sì che non venga rintracciato. Dopo 10 anni, durante una rivolta, quattro ragazzi scappano tenendo in ostaggio una giovane infermiera. Tra di loro si nasconde il futuro Faccia di Cuoio.


L’Italia è il primo mercato in cui il film approda, dopo l’anteprima al Frightfest di Londra lo scorso 25 Agosto, il giorno prima che il creatore della saga Tobe Hooper si spegnesse. Sebbene il film abbia un visto censura VM14, parliamo comunque di un prodotto mainstream; nonostante ciò fa piacere notare come Julien Maury e Alexandre Bustillo si spingano verso l’orlo più estremo del mostrabile in un prodotto del genere. Riescono ad assestare un paio di scene – il ménage à trois con un cadavere, una persona data viva in pasto ai porci – che sono il condimento ideale per rende una storia non banale ancor più gustosa. Apprezzabili infatti le idee di trasformare il film in un road-movie con i protagonisti in fuga verso il Messico, ribaltare la prospettiva di eroi e cattivi (che in questo caso sono i poliziotti) e di sparigliare le carte in modo tale che sino al terzo atto lo spettatore non sappia quale dei tre ragazzi diventerà Faccia di Cuoio. In questo senso è intrigante il sottotesto che sembra suggerire che chiunque di noi, potenzialmente, potrebbe diventare un mostro. Ma è proprio quando il film svela le sue carte che inciampa, accelerando uno stravolgimento pricologico che risulta troppo forzato rispetto a quanto accaduto in precedenza. In fin dei conti però Leatherface riesce a essere un film godibile, che si discosta dalla massa e mostra picchi di violenza sopra la media per un prodotto del genere.


Questo se non si considera il problema che vi è a monte: vogliamo veramente sapere come è nato Faccia di Cuoio? Nel film di Tobe Hooper la sua entrata in scena è un fulmine a ciel sereno, un gigante che appare all’improvviso, scoordinato e ciondolante, che mugugna grugniti animaleschi con addosso un grembiule da macellaio sporco di sangue, una motosega in pugno e una maschera fatta di pezzi di volti rubati a qualche cadavere. Si tratta di una delle scene più iconiche della storia del cinema horror, terrorizzante e memorabile proprio perché inaspettata e ingiustificata. Non c’è una logica, non c’è una premeditazione, semplicemente lui appare e uccide, punto. Il fatto che un intero film venga costruito attorno a questa figura, mostrando la sua ascesa da gracile ragazzino di campagna a futuro autore del massacro della motosega texana, ne indebolisce la potenza sin quasi ad annullarla. Conoscere questa serie di tragici eventi vuol dire portare lo spettatore a empatizzare con il serial-killer e giustificare le sue azioni, e se noi empatizziamo con il mostro allora per lui non proveremo più terrore, ma compassione. Il ribaltamento del concetto di "cattivo" è un operazione che sta avvenendo sempre più spesso al cinema (al di fuori dell’ambito horror vi è l’esempio disneyano di Maleficent) e viene da chiedersi se questa sfocatura dei ruoli, dove i cattivi sono tali solo finché non vengono giustificati, sia un percorso più deleterio che proficuo.


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