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Parliamo delle mie donne

2017-06-22 10:00

Aurora Tamigio

Film,

Parliamo delle mie donne

Il nuovo film del maestro Lelouch

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Un samba senza tristezza è come un vino che non ubriaca. Recitava così un verso di Samba Saravah uno dei brani che componevano la colonna sonora dell'indimenticabile Un uomo, una donna di Claude Lelouch: Palma d'oro a Cannes nel 1966 e Premio Oscar 1967 (Miglior Film, Miglior Sceneggiatura). Un vino che non ubriaca è un modo fin troppo bello per definire Parliamo delle mie donne, il nuovo film del maestro Lelouch. Un film che omaggia la sua famiglia (sette figli avuti da cinque donne diverse) ma che molto meno di sé aggiunge al cinema, soprattutto al proprio cinema. La storia è quella di Jacques Kaminski (Johnny Hallyday), settantenne fotografo giramondo che nella sua vita ha amato molte donne. Da quattro di loro ha avuto altrettante figlie, con cui quasi non ha rapporti. Fino a quando, mentre si trova nella sua casa in montagna con l'attuale compagna, le ragazze lo raggiungono inaspettatamente.


Il tempo è passato per Claude Lelouch, che sembra ricordare bene cosa al pubblico piace (o piaceva) dei propri film ma non sembra ricordare come farlo. Quindi la soluzione è copiare. Chi? Ma se stesso, ovviamente. Il se stesso di Un uomo, una donna e anche de L’avventura è l’avventura, dove Johnny Hallyday era di quarant’anni più giovane e più sincero. In Parliamo delle mie donne il suo protagonista è un fotografo piacione, un playboy (si dice ancora così?), un personaggio insopportabile in cui c'è da sperare che il regista non si identifichi troppo. Intorno a lui uno stuolo di donne fingono di non adorarlo ma in realtà, nonostante le sue mancanze da padre e amante, lo venerano. Parliamo delle mie donne è una dichiarazione d'amore del regista alla (propria) famiglia? Forse, ma decisamente troppo melensa. Con dialoghi e inquadrature da fotoromanzo. Le uniche cose riuscite sono in effetti le autocitazioni, nelle battute dei personaggi ma anche nelle musiche vintage che, ogni volta, sono un colpo di malinconia nel cuore dei fan. Peccato che in tutto questo guardarsi allo specchio e felicitarsi di aver fatto un film alla Lelouch, il regista e autore dimentichi che nel frattempo il cinema è andato avanti e che certe idee che potevano avere un senso negli anni Settanta oggi sono un po' ridicole. Un esempio per tutto? Le figlie che si chiamano come le stagioni o l'aquila fedele che dall'alto veglia sulla famigliola. Parliamo delle mie donne è un film egocentrico e celebrativo, ma la cosa peggiore di quest'opera senza originalità (e senza onestà) è che i fan del regista francese dovranno comunque dire di avere apprezzato il film. In fondo, è comunque un Lelouch.


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