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Atroz (Atrocious)

2017-05-24 10:00

Marco Filipazzi

Recensioni Film,

Atroz (Atrocious)

Un thriller psicologico che scava nella mente dei serial killer

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Da quando un gruppo di operai uscì dalla fabbrica dei fratelli Lumière, il cinema si è posto come nuovo specchio deformante della realtà, andando a ricoprire il ruolo che prima spettava a leggende e favole. Nei decenni i vari generi cinematografici si sono evoluti in questo senso, acuendo un determinato aspetto del mondo che ci circonda per esporlo a una critica sociale più o meno velata, facendosene portavoce in grado di far riflettere lo spettatore smaliziato che si approccia alla visione con un intento un po’ più nobile del “vedo un film così mi rilasso”. Non che ci sia nulla di male in tale approccio, ma è interessante anche scoprire le ragioni che hanno condotto un regista a raccontarci proprio quella storia e proprio con quei toni. E se tra tutti i generi ve n’è uno che da sempre ha cercato di mettere in guardia le persone dai vari pericoli della società moderna, quello è il cinema horror, in tutte le sue declinazioni. Spesso interi sottogeneri sono nati proprio da un sottotesto di denuncia: l’esempio più impareggiabile e senza dubbio rappresentato da Zombi di George Romero, critica al consumismo compulsivo, ma si pensi anche al filone del rape & revenge che denuncia la violenza sulle donne o a The Hitcher, monito al vagabondaggio imperante degli anni ’80, sino ad arrivare ai giorni nostri con il discusso A serbian film. Davvero è una denuncia delle angherie subite dal popolo serbo come ha dichiarato il regista, oppure è solo una scusa per sdegnare la critica e mettere in scena il film più estremo mai girato?


Quando si usa un determinato linguaggio cinematografico, soprattutto se è la rappresentazione estrema della violenza, il confine tra denuncia e voglia di shockare si assottiglia. Un esempio concreto, oltre ai già citati, è senza dubbio Atroz (Atrocious), pellicola che unisce il cinema di serial killer alla denuncia sociale. Atroz (Atrocious), infatti, si apre con una serie di statistiche agghiaccianti sugli omicidi rimasti irrisolti in Messico mentre sullo schermo scorrono le immagini degradate di una città ormai al collasso, “infestata” (il termine è tutt’altro che casuale) da povertà, reietti, prostuitute, criminali. Poi la scena si sposta su un violento incidente stradale in cui due individui decisamente proco raccomandabili, Dax “Gordo” (Julio Rivera) e Goyo (Lex Ortega, anche regista e sceneggiatore della pellicola) vengono arrestati e portati in centrale. Nella loro auto viene rinvenuta una videocamera sul cui nastro è impresso l’efferato omicidio di una prostituta.


C’è chi ha definito Atroz (Atrocious) un thriller che scava nella psiche dei serial killer, al pari del caposaldo Henry - Pioggia di sangue, e sotto un certo punto di vista lo riesce non solo a eguagliare ma a superare abbondantemente. I nastri ritrovati dalla polizia ricostruiscono il doloroso passato del protagonista Goyo attraverso flashback lunghissimi che sembrano narrare tre storie all’interno del filone narrativo principale, quasi come se fosse un film a episodi. Queste storie del passato di Goyo sono un meccanismo a incastro che funziona egregiamente, reso ancora più efficace dall’alternarsi di un linguaggio narrativo che passa da un tipo di regia canonica al miglior found footage visto sullo schermo dai tempi di Cannibal Holocaust. Finalmente questa tecnica non è usata solo come espediente per mascherare la povertà dei mezzi e di idee, ma viene sfruttata con profondo criterio, tanto che questi “inserti amatoriali” diventano la vera e propria forza trainante del film; una ricostruzione dettagliata del passato del protagonista, dove ogni violenza, ogni sopruso, ogni tortura è mostrata senza pietà dal crudo occhio della telecamera. Nonostante Goyo venga presentato all’inizio del film come un autentico mostro, ogni flashback è una vera e propria botta psicologica che trascina lo spettatore sempre più in profondità, vicino al protagonista, sin quasi a compatirlo ed empatizzare con lui. Il twist finale degli ultimi minuti è il tassello mancante di un film che, narrativamente parlando, rasenta la perfezione. Era dai tempi di Seven (correva l’anno 1995) che non veniva messo in scena una chiusura così spiazzante. A scanso di equivoci va detto che Atroz (Atrocious) è realmente disturbante, fitto di scene di una violenza tanto esplicita da risultare didascalica, ma comunque mai fine a se stessa e in qualche modo giustificata dalla storia che viene raccontata. Il sottotesto di denuncia è cristallino, ma anch’esso intriso di violenza, il che è l’ennesima dimostrazione – se ancora ce ne fosse bisogno – che è possibile fare film di genere che contengono un messaggio sociale e che questo non deve essere necessariamente confinato al solo cinema di denuncia o d’autore.


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