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A Serbian Film

2017-05-11 10:00

Marco Filipazzi

Recensioni Film,

A Serbian Film

Un’allucinante discesa negli abissi più profondi della perversione umana

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Nel bellissimo mediometraggio Cigarette Burns di John Carpenter, della serie Masters of Horror, il fulcro della vicenda era una pellicola maledetta intitolata La fin absolue du monde capace di condurre alla follia - e talvolta addirittura al suicidio - gli spettatori. Un film che non ci viene mai mostrato, ma che è descritto come un’allucinante discesa negli abissi più profondi della perversione umana. Ovviamente non è altro che una leggenda utile per far progredire la storia, ma la domanda è: esiste un film del genere? Un susseguirsi di scene talmente estreme da far demordere persino gli stomaci più forti e temprati? La risposta è sì e si intitola A Serbian Film, opera prima (e al momento unica se si esclude un minimetraggio presente in ABC’s of death) del regista Srdjan Spasojevic.


Milos è un pornoattore ormai ritiratosi a vita privata, sposato e con un figlio piccolo. Il suo nome è comunque rimasto altisonante nell’ambiente del porno, tant’è che viene avvicinato dal visionario regista Vikmir, il quale lo vuole assolutamente come protagonista del suo nuovo film in quanto lo ritiene «il filo conduttore tra la pornografia e l’arte». La clausola alla base del contratto è solo una: Milos non dovrà mai fare domande. La ricompensa, a fine riprese, sarà una cifra talmente alta da sistemare economicamente «la sua vita e quella dei suoi figli».


La metafora più calzante per descrivere A Serbian Film senza soffermarsi in descrizioni voyeuristiche scena-per-scena o aberrazione-dopo-aberrazione, è una lenta e inesorabile discesa lungo una scala che conduce nel più profondo e oscuro degli abissi: il pozzo della perversione umana. Perché se è vero che una delle regole principali alla base di un (determinato tipo) di film è il crescendo, dove in un action ogni scena deve essere più grossa e fracassona della precedente o in uno slasher le uccisioni sempre più truci e spietate, qui la logica è la medesima. Quando le riprese del film di Vikmar iniziano, il primo ciak vede Milos come spettatore attonito e stordito (esattamente come noi) della sfuriata di una madre verso la propria figlia adolescente. Urla, strattoni e uno schiaffo in pieno viso. Da quel momento in poi sarà un crescendo di scene di perversione sempre più disturbanti, inconcepibili e assurde, dove ogni sequenza pare rappresentare l’apice massimo. Si spera di non poter andare oltre quel limite, eppure questo viene di volta in volta spostato sempre più in là. Pedofilia. Necrofilia. Incesto. Giusto per citare alcune scene senza scomodare le più estreme. La vera forza del film però non risiede nelle sequenze mostrate, ma nel concetto che tutto ciò che viene inscenato (e che comunque resta nell’ambito controllato di un set cinematografico, quindi fiction e ottimi effetti speciali) da qualche parte, nel mondo, accade davvero. Nulla è fantasia allo stato puro. Nessuna sequenza è completamente irreale. Non ci sono mostri di gomma a cui lo spettatore si può aggrappare per giustificare il gorgo d’orrore che scorre sullo schermo, solo la spietata natura umana spiattellata in tutta la propria crudezza.


Presentato prima al SWSX Festival di Austin e poi a Cannes, il film è stato sin da subito accompagnato da critiche durissime e messo al bando in molti paesi del mondo. È stata persino aperta un'indagine dal governo serbo che ha messo sotto la lente d’ingrandimento tutta la produzione. Il regista Srdjan Spasojevic si è giustificato spiegando che tutte le atrocità presenti nel film hanno un secondo fine ben preciso e contestualizzato: rappresenterebbero infatti l’allegoria della sofferenza del popolo serbo, devastato da guerre e dittature che hanno annichilito qualsiasi stimolo sia culturale che sociale. Una messinscena dura per una critica ancora più dura, anche se incompresa dai più. Si può quindi affermare che A Serbian Film sia a suo modo una pellicola di denuncia? Certamente. Il fatto che ancor oggi se ne parli con così tanto clamore è indice che in qualche modo abbia colto nel segno. Rappresenta infatti il punto più alto (o più basso, scegliete voi) della cinematografia estrema intesa come fiction, baluardo inamovibile a guardia di un confine ormai reso troppo sottile da internet. Oltre questo confine si stende una landa desolata di spiazzante realtà fatta di shockumentary e snuff movie.


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