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Aquaman

2018-12-24 11:00

Marco Filipazzi

Film, dccomics, uomo acciaio, justice league,

Aquaman

Un film specchio del suo protagonista: grosso, muscolare, fracassone

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Aquaman è un film atteso per svariate ragioni. Si tratta del primo film ad approdare in sala dopo il mezzo disastro di Justice League (uscito più di un anno fa ormai), a cui spetta l’onere di raccogliere i cocci dell’universo cinematografico DC. Rappresenta il banco di prova di James Wan, per la prima volta alle prese con un cinecomics. Ma soprattutto deve fare i conti con un protagonista impopolare che, citando Big Bang Theory, è «uno sfigato che parla con i pesci».


Il personaggio di Arthur Curry era già stato fugacemente introdotto in Batman v Superman: Dawn of Justice prima di essere presentato all’interno del film sul supergruppo DC. Il suo restyling è stato quello più radicale proprio perché la produzione doveva vendere un personaggio sfigato al grande pubblico, rendendolo il più cool possibile. Così la parte venne affidata al “Khal” Jason Momoa, con il suo look selvaggio, tutto muscoli e tatuaggi.


In Justice League era confinato a un ruolo secondario, ma anche così riusciva a destare sufficiente curiosità da far desiderare al pubblico un film tutto suo. Una curiosità amplificata dall’annuncio del regista: James Wan. Sin dal suo esordio infatti, la carriera del malaysiano è in continua ascesa, inanellando un successo dopo l’altro: padrino del torture-porn con il primo, seminale Saw - L'enigmista; Re Mida dell’horror low-budget d’atmosfera con i primi capitoli delle saghe di Insidious e L'evocazione - The Conjuring; ma anche ottimo regista d’action con il convincente Fast & Furious 7.


Aquaman è la storia di Arthur Curry, bambino nato dall’amore tra un guardiano del faro e la regina di Atlantide, destinato a unire i popoli terrestri e subaquei. Il film si svolge dopo gli eventi di Justice League (qui appena accennati in una frase di dialogo, giusto per contestualizzare), alternandoli a brevi flashback che ci illustrano la crescita del ragazzo. La narrazione seguirà Arthur lungo il più classico dei percorsi dell'eroe in una caccia al tesoro che lo porterà a prendere coscienza del proprio destino e diventare il legittimo Re di Atlantide.


A conti fatti Aquaman è un film specchio (perciò perfetto) del suo protagonista. Grosso, muscolare, fracassone e soprattutto molto, ma molto tamarro. E Jason Momoa non può essere altro che il mattatore indiscusso di quella che sembra una pellicola cucitagli addosso, in cui riesce a tener testa, spesso persino a rubare la scena, ad attori ben più navigati di lui. Patrick Wilson, Nicole Kidman, Willem Dafoe, persino Dolph Lundgren (inguardabile con barba e lunghi capelli rossi che fluttuano nelle correnti abissali) vengono messi in ombra dal Momoa show!


Anche Wan dà l'impressione di essere a proprio agio, orchestrando alcune scene d'azione davvero notevoli (il combattimento in pianosequenza nel salotto è piazzato all'inizio del film è da lì in poi sarà solo un crescendo sotto steroidi), saccheggiando a mani basse il campionario dei film d'avventura (Indiana Jones e i predatori dell'Arca perduta e Tomb Raider in primis), ma confermando ancora una volta che è l'horror il genere che più ama. Lo si capisce dal design dei mostri marini (davvero tanti, eppure mai abbastanza) da come li inquadra continuamente, mettendoli sempre al centro dell'azione; dal nemmeno troppo velato rimando al mondo di Lovecraft (è un caso che a inizio film si veda L'orrore di Dunwich sul tavolo del salotto di casa Curry?) e dall'attacco dei Trench che è senza dubbio la miglior scena del film.


Il registro però non è sempre così alto, anzi spesso scivola in territori a dir poco kitsch, in battute degne dei cinepanettoni e soprattutto fa uso di una colonna sonora di cover imbarazzanti, dove su tutte svetta trashissima quella di Africa di Pitbull. Ma nonostante tutto ciò, Aquaman riesce a reggersi sulle proprie gambe, magari non funzionando sempre come dovrebbe, alternando scene davvero riuscite con altre trovate tanto trash da fare il giro e diventare anch’esse efficaci. Eppure, con tutti i suoi limiti (soprattutto di sceneggiatura), riesce a compiere il suo dovere: diverte, allontanandosi sia dal classico film di supereroi sia dalle trite storie di origini di cui ormai siamo saturi. È piuttosto una sorta di avventurosa caccia al tesoro che mostra regni lontani e creature immaginarie e che rispecchia in pieno gli standard del cinema fantastico per ragazzi.


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