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Mister Universo

2017-03-05 11:00

Angela De Angelis

Recensioni Film,

Mister Universo

L'antico mondo del circo in un poetico docu-film

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Ancora una volta Tizza Covi e Rainer Frimmel tornano a parlarci del mondo del circo. Dopo Babooska (2005), Der Glanz des Tages (2012) e La Pivellina (2009), il duo di cineasti persevera con la riuscita combinazione di documentario e finzione. I registi dichiarano la loro predilezione per le storie fatte di piccole cose e di vita quotidiana, in cui ognuno può ritrovarsi. Anche chi non appartiene a quel mondo così colorato e peculiare che ci viene mostrato. Il circo è un universo semplice e precario, a tratti zingaresco, ma ricco di allegria, affetto e calore. Un intimo racconto all’interno di una comunità spesso emarginata dai pregiudizi.


Tairo Caroli è un domatore ventenne di tigri e leoni. Lavora in un piccolo circo insieme a Wendy, una giovane contorsionista, sua amica e confidente. Il lavoro non va benissimo: gli artisti e gli animali sono un po’ malmessi, il pubblico scarseggia. Un giorno, ad aggravare la situazione, Tairo perde il suo portafortuna: una sbarra di ferro che molti anni prima gli era stata regalata da Arthur Robin, l’Ercole Nero, celebre attrazione circense dei tempi d’oro, che con la sua forza prodigiosa piegava il ferro a mani nude. Tairo inizia così un viaggio alla ricerca dell’oggetto magico, ma anche di se stesso e della propria identità; per ritrovare amici e parenti, passato e futuro, tradizione e verità.


L’intenzione di Tizza Covi e Rainer Frimmel è quella di presentarci un mondo antico, poetico, quasi innocente, che sta scomparendo e che probabilmente tra pochi decenni non esisterà più per come lo conosciamo. Un mondo che, al contrario di quello che si crede, non è fatto solo di nomadismo, libertà, viaggio e sfarzo, ma anche di duro sacrificio, grande determinazione, sudore e fango. I personaggi di Mister Universo hanno caratteristiche antropologiche molto interessanti: il film mostra come sono davvero le famiglie circensi italiane, riprese nella loro vita di tutti i giorni. Strana, ma autentica. Si tratta di un mondo forse chiuso e concentrato su se stesso, che però, grazie ai continui viaggi e spostamenti si apre continuamente alla conoscenza del nuovo, al quale deve adattarsi per attirare pubblico.


Ogni azione e istante vissuto dai protagonisti della storia è parte della loro essenza stessa. Sono le vite di anziani, giovani e bambini; e anche degli animali che, a dispetto delle polemiche animaliste - che si associano al divieto dell’unione europea di usare animali nei circhi -, rappresentano per la gente del tendone una fonte di guadagno e quindi di vita, e vengono perciò tenuti in alta considerazione. Il tema della magia e della superstizione è dominante, ma è affrontato come si farebbe per una fede: trova fondamento nella capacità dell’individuo di creare il proprio destino e nella memoria legata agli oggetti. Oggetti come quello che l’Ercole Nero regala a Tairo: forse questo feticcio non è più importante come un tempo e forse, proprio come tutto l’universo del circo, oggi non serve più; ma rappresenta una tradizione, un lascito di valori e poesia.


In questa forma narrativa, dotata di grande introspezione, si capisce quanto il cinema sia specchio della vita. E nel connubio documentario-fiction Mister Universo assume forza idelogica: in una contemporaneità tutta protesa verso il fugace, l’effimero e il costruito, la sensibilità di artisti come Tizza Covi e Rainer Frimmel si pone come baluardo di genuina interiorità e annulla la distanza tra finzione e realtà. Ponendo come dogma realizzativo il suono in presa diretta e soprattutto la realizzazione su pellicola, i registi girano ancora come un tempo. Anche gli attori non sono professionisti, ma interpretano se stessi seguendo il canovaccio della sceneggiatura, nella quale inseriscono dialoghi condotti all’impronta. Così, la macchina da presa riesce quindi quasi a nascondersi completamente e a restituirci l’oggetto del cinema nella sua dimensione unica: la vita stessa.


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