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LEGO Ninjago - Il Film

2017-10-10 10:00

Edoardo Ribaldone

Recensioni Film, animazione, lego,

LEGO Ninjago - Il Film

Un'inesauribile sequela di combattimenti fra pupazzetti gialli di Lego

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Per difendere l’isola di Ninjago dalle minacce del malvagio Sensei Garmadon, l’anziano maestro di spinjitsu Sensei Wu deve reclutare e addestrare una squadra di guerrieri ninja. Ma tra essi è presente proprio il figlio del suo antagonista, il giovane Lloyd Montgomery.


Non c’è trama, né personaggi in LEGO Ninjago - Il Film: solo un'inesauribile sequela di combattimenti fra pupazzetti gialli di Lego, battute demenziali e pubblicità surrettizia, in quanto nel film vengono presentati diversi modellini ovviamente disponibili per l’acquisto. L’imprimatur sull’intera operazione commerciale (perché di tale si tratta) giunge direttamente dalla casa distibitrice dei famosi e inespressivi omini gialli, la Lego appunto. Chiariti i motivi fondamentali dell’azione, non rimane che bersagliare il pubblico ripetendo invariabilmente per un’ora e quaranta le medesime sequenze d’azione e lo stesso umorismo bambinesco. Si avverte l’assoluta mancanza di un’idea, di un discorso da proporre al pubblico, foss’anche infantile. In assenza di approfondimento psicologico dei personaggi, in ritmo è martellante, ma solo per storidire lo spettatore come dopo un giro di giostra. Un’abulia d’azione senza costrutto, che provoca ben presto un senso di stordimento e di rifiuto: si tratta, lo ribadiamo, di una pubblicità dilatata per la Lego stessa e i suoi prodotti, realizzata senza la minima consapevolezza e interesse a imbastire e condurre un racconto cinematografico capace di rispondere a canoni minini di accettabilità. Ogni scena è pensata per essere scritta, ripresa, montata e quindi mostrata allo spettatore il più velocemente possibile, così da non fargli comprendere la desolante inconsistenza e inanità di quanto sta avvenendo sullo schermo. Per passare subito dopo alla successiva, che ben poco si distingue dalla precedente, e così via; fino all’auspicatissima conclusione. Vedere un prodotto del genere è come ascoltare e riascoltare la stessa barzelletta: il risultato è un istupidimento non certo desiderabile né per gli adulti né per i bambini. A ben guardare, poi, il film è pure attraversato da un contrasto abbastanza evidente: da un lato, è fitto di citazioni e riferimenti alla cultura estremorientale (samurai, sushi); dall’altro, sul piano dei personaggi, si concentra palesemente su quello di Lloyd, biondo e dai tratti (per quanto si possa evincere data la già menzionata scarsa espressività di questi bambolotti) occidentali, o meglio ancora anglosassoni. Come se il film, attraverso i suoi produttori, non volesse alienarsi nessuno dei settori di pubblico. Peccato solo che al cinema lo spettatore non possieda il telecomando e non possa né spegnere lo schermo né cambiare canale.


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