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Il ragno rosso

2017-02-10 11:00

Maurizio Encari

Recensioni Film,

Il ragno rosso

Per il suo esordio, il documentarista Marcin Koszalka non sceglie vie facili

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Cracovia, 1967. L'opinione pubblica è scossa da una lunga serie di delitti, le cui vittime sono per la maggior parte bambini o giovani donne, attribuiti per il modus operandi a un'unica mano, quella del serial killer ribattezzato "Il ragno rosso". Durante una fiera cittadina il giovane Karol Kremer, promessa del nuoto, si imbatte nel cadavere di un ragazzino e rimane affascinato dalle orribili gesta dell'assassino; mosso dalla curiosità decide così di mettersi sulle tracce dell'esecutore, andando a innescare un diabolico gioco identitario che lo porterà a scoprire il proprio lato oscuro.


Non sceglie vie facili il documentarista Marcin Koszalka per il suo esordio nel cinema di finzione, dando vita a una storia dalle molteplici sfumature psicologiche per altro ispirata ad una storia vera, qui adattata ad un contesto più ampio che rende il film un lucido specchio della Polonia anni '60. Un Paese ancora sotto il gioco della dittatura comunista, in cui un concerto dei Rolling Stones (trasmesso in un servizio del telegiornale) appare come un evento rivoluzionario; è in questa genere di società che si sviluppa la complessa personalità del giovane protagonista, un ragazzo incapace di relazionarsi con il prossimo destabilizzato inoltre dal rapporto da separati in casa dei genitori. Destino vuole che Karol trovi perciò una fonte di macabra ispirazione nei delitti compiuti dal nemico pubblico numero uno, uomo mite all'apparenza ma in realtà capace di gesti di estrema crudeltà, in un vero e proprio crescendo di un'inconcepibile fascinazione del male, un percorso autodistruttivo che combacia con la perdita di affetti e valori messo in scena dal regista con uno stile scostante e freddo, palcoscenico ideale per generare un senso di costante inquietudine che esplode in brutali scene madri, la cui violenza è comunque lasciata fuori campo. Ne Il ragno rosso la narrazione non scava eccessivamente nella ricerca di risposte, né si adopera nel fornire una reale motivazione dietro ai comportamenti dei due personaggi principali e, proprio per questo, si rivela un thriller diabolico e spaventoso nel dipingere la quieta e opprimente normalità della follia.


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