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Queen of the Desert

2016-12-14 11:00

Maurizio Encari

Recensioni Film,

Queen of the Desert

Gran Bretagna, 1892...

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Gran Bretagna, 1892. Gertrude Bell, una giovane donna stanca della vita agiata e delle insistenti proposte di matrimonio di ricchi aristocratici, decide di partire per Teheran al fine di carpire i segreti e i misteri dell'Impero Ottomano. All'ambasciata inglese conosce l'ufficiale e politico suo connazionale Henry Cadogan, con il quale intreccia una passionale relazione. Il legame è però malvisto dai genitori di Gertrude che, pochi mesi dopo esser rientrata nella casa paterna, scopre della tragica morte dell'amato rimasto in Medio Oriente nell'attesa del suo ritorno. Con il cuore ormai infranto la donna fa ritorno nei Paesi Arabi per completare la sua personale e disinteressata missione di conoscenza.


E' un Werner Herzog atipico e familiare al contempo quello di Queen of the Desert, ritorno al cinema di finzione da parte del regista e documentarista tedesco a sei anni da My Son, My Son, What Have Ye Done? (2009). Familiare poiché l'immutato stile del cineasta nel catturare la magia del paesaggio dona una forza primigenia alle lunghe sequenze ambientate nel deserto, atipico quando cerca di scimmiottare un cinema commerciale che poco si addice alle sue corde. Chi si aspettava di vedere una sorta di contraltare femminile di Aguirre (o di qualsiasi altro "antieroe" herzoghiano) nella figura di Gertrude rimarrà probabilmente deluso, nonostante l'intensa performance messa in campo da una convincente Nicole Kidman: le due ore di visione non toccano mai l'epica della reale vicenda storica, trascinandosi tra siparietti romantici strampalati nella lunga ed estenuante prima parte e in un monotono viaggio alla scoperta delle tribù arabe nella seguente, dando alla narrazione un ritmo eccessivamente disomogeneo che vive su un'alternanza di ispirazione naturalistica e siparietti comico-drammatici forzati. Tempi filmici disuguali che si adagiano nella seconda metà, comunque più peperina rispetto al precedente minutaggio, su un continuo voice-over epistolare atto ad introdurci nella psicologia di questa donna coraggiosa e fuori dal comune, pronta a mettere a repentaglio la propria vita per un fine superiore. Anche i potenziali sussulti antropologici rimangono soffocati dalla sabbia del deserto che cattura sì lo sguardo in scorci maestosi ma mai il cuore di un'epopea dalla quale, viste le maestranze messe in campo sia davanti che dietro la macchina da presa, ci si attendeva un più intimo e profondo trasporto cinematografico.


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