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La pelle dell'orso

2016-10-30 11:00

Aurora Tamigio

Recensioni Film,

La pelle dell'orso

Alpi venete, anni Cinquanta...

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Alpi venete, anni Cinquanta. Pietro (Marco Paolini) è un uomo burbero e scontroso; suo figlio Domenico (Leonardo Mason) è un ragazzo dolce e obbediente, ma i due non condividono più nulla dal momento in cui un grave lutto li ha divisi. Un giorno Pietro fa una scommessa con il suo capo, Crepaz (Paolo Pierobon): ucciderà il "diaol", un enorme orso bruno feroce e intelligente, che spaventa le montagne. Il prezzo è alto: se Pietro porterà con sé la pelle dell'orso, la ricompensa sarà notevole; in caso contrario lavorerà gratis per un anno nella cava di Crepaz. Così, padre e figlio partiranno allora per questa avventura, alla ricerca del diaol.


Non si direbbe, ma è la prima volta che Marco Paolini recita da protagonista in un film sul grande schermo. Ci sono state altre interpretazioni (tra cui anche Caro diario di Nanni Moretti) ma La pelle dell'orso è sicuramente l'opera che più di ogni altra trasla al cinema l'enorme presenza scenica dell'autore de "Il racconto del Vajont" e "Ausmerzen". Va detto che il film di Marco Segato sembra cucito su Paolini con un'operazione di sartoria cinematografica che rivela da subito la sua partecipazione in sceneggiatura, in collaborazione con Enzo Monteleone, La pelle dell'orso è un film che riflette, parla poco, osserva e rilancia le sue domande allo spettatore: chiunque abbia visto uno spettacolo di Marco Paolini troverà tutto questo molto familiare.


Eppure è difficile trovare qualcosa di simile nell'attuale cinema italiano. La pelle dell'orso è un film dall'identità profondamente nordica; c'è perfino qualcosa di dreieriano nel modo in cui è costruita la storia di un padre e di un figlio alla ricerca di un nemico animale, colpevole di una ferocia istintiva e incontaminata. E una cosa che il teatro non permette di fare è lasciare che i personaggi tacciano e parli per loro l'ambiente intorno: i paesaggi del Veneto, ritratto come una specie di poetica terra di frontiera, sono ostili come Pietro e puri come Domenico; più ci si addentra nei boschi e ci si avvicina al “nemico” e più padre e figlio si svelano in profondità. Con La pelle dell'orso Marco Segato esordisce alla regia: la storia è tratta dal romanzo di Matteo Righetto e l'adattamento è una prova decisamente riuscita. Certo restano alcune tracce narrative non risolte e un paio di personaggi stereotipati, ma la cosa migliore de La pelle dell'orso è la sua originalità. Un film che non ha paura di essere diverso, di raccontare con convinzione una storia anche se un po' fuori moda.


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