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La Region Salvaje

2016-09-09 10:00

Federica Cremonini

Film,

La Region Salvaje

Quando ci troviamo davanti a La Region Savaje, ultima opera di Amat Escalante presentata in concorso alla 73esima edizione del Festival di Venezia, si potrebbe

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Quando ci troviamo davanti a La Region Savaje, ultima opera di Amat Escalante presentata in concorso alla 73esima edizione del Festival di Venezia, si potrebbe addirittura restare ipnotizzati da ciò che si può vedere nell’incipit. Quello che sembra inizialmente essere l’atto masturbatorio di una giovane donna, si rivela, grazie a un lento allargamento di inquadratura, il “parto” di una viscida creatura munita di tentacoli. Stacco. Atmosfere livide e rarefatte di colline nebbiose e deserte fanno da cornice alla fuga in motocicletta della stessa ragazza che, inviluppata nella foschia, presumibilmente fugge dalla stessa creatura. Anche se Escalante lascia il punto interrogativo sulla questione. Si avverte la presenza maligna di qualcosa, qualcuno, ma non sappiamo né chi e né dove sia. Tutto ciò che è visibile è il volto della protagonista che si volta verso di noi, guarda alle sue spalle mentre prosegue la sua fuga. Tramite lo stesso fluido e affascinante montaggio, si giunge così nel punto in cui la narrazione “lineare” vera e propria ha inizio. In realtà, si tratta di una storia che si evolve in più di una direzione: La Region Salvaje decolla a partire da molteplici punti e sguardi differenti sul medesimo soggetto che, in maniera progressiva, trovano un punto in cui convergere più in là nel racconto, svelando il senso di una trama disorganica e confusa solo in apparenza.


Sembra, infatti, che Escalante volesse disorientare uno spettatore già stordito dalle (bellissime) immagini iniziali mettendo quanta più carne sul fuoco potesse. Così, oltre alla componente kitsch di scenari e oggetti surreali che abitano l’opera, abbiamo vari personaggi legati tramite intrecci degni di una soap-opera: storie di sesso, tradimenti, inganni, menzogne sono gli unici piccoli atti che alimentano e ritmano il racconto. È forse questo il principale, grosso ed evidente problema che è alla base de La Region Salvaje: la maglia dei tanti avvenimenti che si susseguono nella vicenda narrata è ricca, se non stracolma, di punti di svolta che non riescono mai a farsi colpi di scena, ma solo un tassello in più aggiunto al già debordante mosaico di intrecci nelle relazioni che tengono insieme (e nemmeno bene) il racconto. Inoltre, se da un lato si può apprezzare l’originalità della messinscena e delle suggestioni oniriche di un immaginario horror fatto di baite abbandonate, luoghi naturali e sperduti contagiati da ostili presenze e creature tentacolari falliformi, dall’altro abbiamo a che fare con un prodotto ambiguo, più caotico che ibrido, frutto di una scrittura fin troppo grossolana e mai decisa a riversarsi in un genere o nell’altro. Escalante abbozza, senza davvero esplorarne cause e conseguenze, i problemi legati al sesso di una coppia che trova, nell’alieno lovecraftiano precipitato (tramite l’asteroide che vediamo nei primi minuti) sulla terra, uno sfogo delle proprie primordiali pulsioni, focalizzando in particolar modo su quelle delle due donne protagoniste. Tuttavia, non si tratta mai di un’esplorazione, quanto più di un’osservazione compiaciuta e a senso unico, mirata soltanto a soddisfare la scopofilia e la curiosità morbosa dello spettatore che attende (invano, lo chiariamo subito) di essere impressionato o traumatizzato, come successe con quel Possession di Andrzej Zulawski, opera cui Escalante strizza l’occhio più di una volta. Il confronto è impietoso e deleterio per il regista messicano, che guarda all’opera del cineasta polacco con occhio ingenuo e superficiale, e che costruisce (senza nemmeno adottare un adeguato tono ironico) una monocorde e pretenziosa parodia di quel capolavoro che, invece, faceva del sottratto e del non-visto lo strumento adatto a toccare le più profonde corde delle perversioni umane.


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