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Piuma

2016-09-06 10:00

Valentina Pettinato

Recensioni Film, Roan Johnson, cinema italiano,

Piuma

Bastano nove mesi per diventare adulti? A Roan Johnson la risposta

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Roan Johnson presenta alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il suo quarto lungometraggio: Piuma, in corsa per il Leone d'Oro. Ferro (Luigi Fedele) e Cate (Blu Yoshimi), poco più che maggiorenni, stanno pianificando il classico viaggio con gli amici, da fare prima di iniziare l’università. I due, però, sono in attesa non solo di affrontare gli esami di maturità, ma anche di un bambino. Mano a mano che i mesi passano, si rendono conto che dovranno rinunciare a questo programma perché aspettano un figlio, e soprattutto perché iniziano realmente a capire cosa significhi dare alla luce una nuova vita e diventare adulti. E a complicare le cose ci si mettono anche le rispettive, disastrate famiglie.


Bastano nove mesi per diventare adulti? Sembra possibilista Roan Johnson, che racconta la storia di due personaggi alla deriva che provano a farcela. Ferro è immaturo, Cate è posata ma alle difficoltà di una gravidanza somma una situazione familiare imbarazzante. La decisione iniziale di tenere il bambino che aspettano è davvero quella più giusta? I personaggi di Piuma sono costantemente messi alla prova da situazioni estremamente difficili, eppure riescono a non perdere il sorriso. Questa è la sensazione dopo la visione della pellicola, che non nega di essere ciò che è, una commedia leggera che ironizza sugli aspetti più drammatici senza piangersi addosso. Romano (forse troppo) e caciarone, il film strappa più di un sorriso, ma onestamente ha una debole sostanza sotto. Il che non è una colpa, perché la pellicola sembra non voler essere altro che questo – e il titolo ne è quasi una dichiarazione di intenti - ma certo è forse un po’ poco per la corsa per un Leone.


Il film rispetta fedelmente tutti cliché della commedia, ha un buon ritmo e dialoghi davvero divertenti. La costruzione narrativa è interessante: anche se già vista, la scansione temporale che riprende i mesi di una gravidanza, utilizzata come timer di un percorso di formazione, lega profondamente il film all’attualità. E questo film ne aveva bisogno. La trama è circolare, perché la gravidanza sin da subito predispone i giovani protagonisti in una dimensione di "adattamento"; sempre molto giovane, ma pur sempre un adattamento. In questo percorso si attraverseranno spettri diversi di sentimenti, fino a raggiungere quelli più malinconici, imbrigliati in questa scelta del lieve che finisce per caratterizzare estremamente il film.


Cifra stilistica del lungometraggio, quindi, la leggerezza costante, abbraccia tutta la narrazione, avvolgendola. Che va bene, perché di commedie dal retrogusto amaro ne son piene le sale; se non fosse che la pellicola appare davvero poco strutturata e in alcuni punti sembra di assistere alle performance di personaggi al servizio di dialoghi ruba-sorriso, che potevano essere qualcosa in più. Perché se convince la scelta di raccontare con spensieratezza la decisione di due giovani inesperti di affrontare una gravidanza (già vincente in Juno), dall’altro ci si sofferma poco su aspetti interessanti che avevano forse bisogno di essere approfonditi per dare spessore alla pellicola. Senza senso poi inserire altre piste narrative, lasciate morire e prive di logica nell’economia filmica, come ad esempio il personaggio di Stella. Tutto sembra confermare che la scelta registica è stata privilegiare gli aspetti tragicomici, a scapito di qualsiasi altra complessità che possa appesantire il film. C’è da dire che è ottima la scelta di un cast misto, composto da esordienti e capaci attori di teatro, che riesce a sostenere con brio il ritmo ironico costante della pellicola, senza renderlo noioso. A ogni modo "quando l’acqua sale, la barca fa altrettanto". Siamo sicuri che il film, nonostante le critiche (dovute più che altro al fatto che sia inserito tra quelli in concorso al festival), sarà accolto positivamente in sala.


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