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Le vacanze di Monsieur Hulot

2016-07-10 10:00

Mattia Caruso

Film,

Le vacanze di Monsieur Hulot

Cerca di confondersi tra la folla, tra vezzi e vizi tipicamente borghesi un Monsieur Hulot alla sua prima, irresistibile apparizione, mentre, tutt'intorno, fami

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Cerca di confondersi tra la folla, tra vezzi e vizi tipicamente borghesi un Monsieur Hulot alla sua prima, irresistibile apparizione, mentre, tutt'intorno, famiglie intere danno sfogo a manie e ossessioni di un nuovo, nascente stile di vita. Eppure qualcosa stona in quell'individuo disorientato dai modi insoliti e antiquati, qualcosa che salta all'occhio sin dalla sua entrata in scena e non lo abbandona per tutto il corso delle sue anomale (dis)avventure tra i villeggianti di una ridente località costiera.


Perché, sin dalla sua nascita, sin dai primi, incerti passi sul grande schermo ne Les vacances de M. Hulot, opera seconda di Jacques Tati, Hulot è un emarginato, una presenza ingombrante al centro eppure fuori da un mondo che lo vede (già) alieno, parodia vivente e, insieme, coscienza critica di un sistema (già) incapace di ridere di sé stesso. Sulle orme goffe e fracassone di uno Charlot d'oltremanica, la creatura di Tati (con cui diventerà un tutt'uno nell'immaginario collettivo) si fa incarnazione, dal primo momento in cui compare sullo schermo, di una poetica e di uno sguardo sul mondo irrimediabilmente “altra”, una maschera sovversiva capace, con le sue gag elementari, discrete eppure esilaranti, di far saltare ogni apparenza, ogni ottusità e ogni debolezza della classe dominante. Infondo Hulot, proprio come Tati, non è che un osservatore, un testimone degli stravolgimenti del suo tempo, una comparsa in quell'affresco folle e ottuso che è la contemporaneità.


Le vacanze di Monsieur Hulot, film sonoro ma non parlato, diviene, allora, la distorta testimonianza di una realtà vista inevitabilmente da fuori, da lontano, attraverso occhi che rifiutano, ostinatamente, le regole del gioco, tanto distanti da cogliere ogni contraddizione, ogni assurdità, ogni follia. Verranno, poi, film più critici ed espressivamente più consapevoli – dal manifesto programmatico di Mon oncle alla distopia totalizzante di Play Time – eppure, in questa innocua pantomima in bianco e nero, c'è già, in nuce, tutta la forza destabilizzante e anarchica di un personaggio (e di un autore) che, irridendo i costumi del proprio tempo, ha saputo tracciare una parabola comica e al tempo stesso dolente su un mondo che, a ben guardare, ancora oggi è lo stesso.


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