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Un mercoledì di maggio

2016-06-14 10:00

Eleonora Piazza

Recensioni Film, drammatico, rassegna iraniana,

Un mercoledì di maggio

Premiato nel 2015 al Festival di Fajr, a Teheran, e al Festival del Cinema di Venezia nello stesso anno, Un mercoledì di maggio è il primo lungometraggio di Vah

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Premiato nel 2015 al Festival di Fajr, a Teheran, e al Festival del Cinema di Venezia nello stesso anno, Un mercoledì di maggio è il primo lungometraggio di Vahid Jaliland. La storia di una folla di persone che cerca un’opportunità. E un'opportunità cerca anche Jalal Ashtiyani, sperando di di fare del bene a qualcun altro ma, soprattutto, di farlo a se stesso. Su un giornale appare uno strano annuncio: un uomo è pronto a regalare un’elevatissima somma di denaro a chi dimostra di averne veramente bisogno. L’insolita proposta spinge in piazza una folla urlante di persone, ognuna nella speranza di essere compresa, ognuna pronta a condividere il suo dolore.


La narrazione scorre su due binari paralleli; intimi primi piani e inquadrature piene di luce introducono alle vicende delle protagoniste - due donne che non si conoscono, di età differenti - che si susseguono tenaci, alternate in una trama che racconta come la sofferenza non appartenga mai a un solo individuo. La prima che ci viene presentata, Leila, vive ai limiti dell’esasperazione, passando la vita a prendersi cura di suo marito Alì che, paralizzato, avrebbe bisogno di un’operazione molto costosa per tornare a camminare. La donna raggiunge Jalal, suo fidanzato in passato, che si offre di aiutarla. Un salto cronologico, però, riporta a una settimana prima di quel mercoledì di maggio con la vicenda di Setareh (Sahar Ahmadpour) e della sua travagliata storia d'amore.


Probabilmente, però, il vero protagonista della vicenda è lo sguardo di colui che, apparentemente, sembra scrutare il dolore altrui solo dall’alto del suo ufficio. Pietà umana o pretesto per non vedere il proprio? Forse entrambe. Quest’occhio, che ci appare inizialmente simile a un "messia" empatico, è al tempo stesso super partes: quello di un uomo che si sta chiedendo se il bene sia pura generosità o egoistica necessità di colmare un vuoto. Jalal, infatti, memore del suo passato e della sofferenza recatagli dalla perdita di un figlio, ora vuole in qualche modo restituire a qualcuno la speranza che, tempo prima, a lui le istituzioni non avevano concesso. Esaminando una a una le tragiche storie delle persone che si presentano nel suo ufficio, si rende conto che sceglierne solo una sarebbe stato impensabile. Dunque, a decidere è la sorte. E, ovviamente, lo spettatore: messo davanti alla scelta. Questa miriade di storie sofferte, che meriterebbero probabilmente tutte di essere ascoltate e sostenute, offrono il pretesto per un discorso sulla casualità del mondo e sull’irregolabilità della vita. Fa sì che sia possibile aprire una finestra sul nascere donna in Iran e riuscire ad affermare un proprio Io, dovendo lottare contro istituzioni calcificate in una tradizione immobile. Con Un mercoledì di maggio Vahid Jalilvand presenta, tramite un dipinto agrodolce e paradossale, non solo la società iraniana ma l’intera umanità. Con tutte le sue contraddizioni e criticità.


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