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Nahid

2016-06-14 10:00

Eleonora Piazza

Recensioni Film, drammatico, rassegna iraniana,

Nahid

Nahid, Sareh Bayat, astro nascente del cinema iraniano (interprete anche di Una separazione, Asghar Farhadi, 2011), è una donna, una madre, e una lavoratrice...

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Nahid, Sareh Bayat, astro nascente del cinema iraniano (interprete anche di Una separazione, Asghar Farhadi, 2011), è una donna, una madre, e una lavoratrice. Conciliare questi aspetti tra loro non è mai semplice, e lo è ancor meno se ci troviamo in Iran, dove la condizione femminile perennemente subalterna e la maternità posta come fulcro della società tradizionale, privano totalmente una donna di indossare una propria libertà e individualità. Lavora estenuantemente come dattilografa, cercando di racimolare in tutti i modi, inclusi vari sotterfugi, il denaro per dare a suo figlio, Amir Reza, una buona istruzione. Il bambino, però, sembra idolatrare soltanto suo padre, Ahmad (Navid Mohammadzadeh), ex marito di Nahid, uomo violento e ottuso, restio ad accettare l’allontanamento della donna.


Presentato al Festival di Cannes 2015, Nahid è il primo lungometraggio di Ida Panahandeh, giovane regista iraniana, e verrà proposto a partire dal 23 giugno nell’ambito della rassegna Nuovo Cinema Teheran. Un film che sembra nascere dall’esigenza di voler contribuire a un’inversione di marcia, a un cambio di tendenza in una società in cui convenzioni stantie non accennano a tramontare, creando fratture sempre più profonde in una comunità che, invece, tenta disperatamente un riscatto. La regista ci introduce alla problematica del divorzio e dell’affidamento in Iran; secondo la legge, infatti, la custodia del figlio spetta al padre. A Nahid viene concesso l’affidamento del bambino da parte dell’ex marito, a patto che però, lei non si risposi. Ovviamente l’intreccio narrativo, che per sua natura non si smentisce mai, ci mostra, già dai primi minuti del film, attraverso campi totali, distanti e mai invasivi, la relazione tra Nahid e Masoud (Pejman Bazeghi), uomo benestante e follemente innamorato di lei, e, di fronte alla libertà del mare, la loro prigionia. L’insistenza di lui, la resistenza di lei. Ma Nahid non può arginare del tutto la sua passione, così come non può rinunciare a suo figlio, e, a differenza del personaggio di Una separazione, donna che vive nell’oppressione, qui non si piega e, orgogliosa, lotta.


La regia, molto semplice, rimane sempre molto distante dai personaggi; panoramiche e campi lunghi, che si susseguono, concedendoci pochi piani a due e rarissimi primi piani. Una regia che sembra essere timida e riservata nei confronti dei personaggi umani, e accogliente verso tutti gli ambienti, sia paesaggistici che domestici, i quali vengono ampiamente inglobati nel tessuto narrativo, divenendo parte integrante del racconto. Gli edifici simmetrici, le baracche sull’acqua, il silenzio che fa avvertire la sola concentrazione dei pescatori. Le nuvole grigie, che troneggiano perennemente sul Mar Caspio, creano quel clima claustrofobico, quella sorta di gran coperchio che già citava Baudelaire nel suo Spleen, rendendo l’aria statica e il tempo immobile, quasi a voler sottolineare la condizione di impotenza della donna. I colori, per lo più neutri e spenti, all’interno del piccolo appartamento in cui Nahid vive faticando a pagare l’affitto, si accendono e si addolciscono nella casa borghese di Masoud, che piena di luce attenua l’inquietudine di Nahid. Questa “riservatezza” registica verso l’essere umano sembra però spesso tradirsi; ci ritroviamo spesso quasi a spiare i protagonisti, attraverso un vetro, dalle quinte di personaggi secondari o comparse, da una telecamera e dalla rampa delle scale, scale che sono ricorrenti in tutto il film, e su cui transitano, “tra alti e bassi” tutti i personaggi. Come se fossimo testimoni di qualcosa di illecito e che stiamo osservando anche noi, al tempo stesso, illecitamente. Questa sensazione di “proibizione” è la stessa da cui la protagonista parte, terrorizzata dalle conseguenze a cui la sua indole e sete di giustizia potranno condurla. La regista inserisce qui anche la tematica del matrimonio temporaneo, la mut’a, istituzione giuridica sciita, che permette ad un uomo e a una donna di essere sposati per un periodo di tempo limitato e stabilito in precedenza. A questa soluzione ricorrono Nahid e Masoud, all’insaputa di Ahmad, nell’attesa di poter contrarre un matrimonio che duri per sempre. Ida Panahandeh, tramite un melodramma di denuncia ed emancipazione femminile come Nahid, la cui protagonista si distingue dagli altri due uomini, per grinta e tenacia, sta offrendo un nuovo punto di vista a tutte le donne del suo paese, le sta prendendo per mano, sperando di infondere loro un po’ del suo coraggio.


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