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La pazza gioia

2016-05-14 10:00

Caterina Bogno

Recensioni Film,

La pazza gioia

È con straordinaria dolcezza che Virzì conduce lo spettatore dentro le vite di Donatella e Beatrice

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Due anni fa il suo Il capitale umano era stato tanto apprezzato in patria e all’estero da venire inizialmente proposto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2015. Con La pazza gioia, al cinema dal 17 maggio, Paolo Virzì abbandona le atmosfere noir della Brianza e torna a quelle della commedia drammatica in stile La prima cosa bella. Il film, scritto dal regista insieme a Francesca Archibugi, è stato presentato il 14 maggio alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes.


La pazza gioia è quella di Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti), completamente diverse l’una e dall’altra ma ugualmente fragili, che un giorno scappano insieme da Villa Biondi, la comunità terapeutica per donne con disturbi mentali che le ospita, proteggendole dalla loro psiche ferita e dai loro problemi con la legge. Beatrice Morandini Valdirana, prepotente e chiacchierona, raffinata appartenente all’alta borghesia, vanta relazioni con tutti quelli che contano. Donatella Morelli, silenziosa e diffidente, viene dal mondo subalterno delle discoteche e custodisce dentro di sé un segreto doloroso che bussa alla sua testa in veste di pensiero ossessivo, dandole il tormento. Abiti da cocktail color pastello la prima; tatuaggi e capelli da maschiaccio la seconda. La mitomania di Beatrice trova sfogo nella remissività di Donatella, che passivamente si lascia guidare dalla sua nuova istrionica amica in una fuga improvvisata e rocambolesca. Una fuga, questa, che è innanzitutto un netto rifiuto dell’ordine, delle misure di sicurezza, delle costrizioni. Un canto di libertà che si leva con urgenza dal cuore leso di queste due donne strampalate, unite dal desiderio disperato di cercare insieme la gioia spensierata dell’adesso, affrancandosi da un passato che ha lasciato già fin troppi segni.


È con straordinaria dolcezza che Virzì conduce lo spettatore dentro le vite di Donatella e Beatrice: lo fa entrare nelle loro storie un passo alla volta, tenendolo per mano. Lo blandisce con i toni divertenti della commedia, per colpirlo proprio quando meno se lo aspetta. Le atmosfere alla Thelma & Louise, infatti, lasciano ben presto il posto ai toni cupi del dramma: La pazza gioia si trasforma in una vertiginosa discesa negli abissi del dolore e della sofferenza, nei corridoi intricati e oscuri in cui si perdono le menti delle due protagoniste. Neppure qui, però, il film perde il suo tocco lieve, sognante: Virzì racconta questa storia con la stessa delicatezza di quel musicista che, nella scena ambientata al ristorante, suona Tchajkovskij passando il dito sui bicchieri di cristallo. Il merito è anche delle due protagoniste: l’accoppiata Bruni Tedeschi-Ramazzotti ha del miracoloso. La prima ha la leggerezza di una farfalla; la seconda, spogliatasi della carica erotica che solitamente porta con sé nei propri ruoli, restituisce tutta la fragilità del suo personaggio muovendosi nello spazio come un animale braccato. Sarebbe impossibile immaginare volti diversi. Il regista stesso, infatti, racconta di aver ideato il film pensando proprio alle due attrici. Con La pazza gioia, dunque, Virzì si conferma un regista capace di raccontare l’animo umano con grazia e leggerezza persino nelle sue sfumature più oscure, persino affrontando un tema delicato e complesso come quello della malattia mentale. E Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti gli vanno dietro prontamente.


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