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Lady Vendetta

2016-04-19 10:00

Federica Cremonini

Recensioni Film,

Lady Vendetta

A una donna che spetta il difficile compito di porre fine al cerchio della violenza di Park Chan-wook

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Geum Ja è una studentessa che, a vent’anni, viene accusata di aver strangolato un bambino e finisce in carcere. Dopo tredici anni di reclusione, la ragazza attuerà un piano per vendicarsi del vero assassino.


È a una donna che spetta il difficile compito di porre fine al cerchio della violenza e della trilogia che Park Chan-wook dedica a essa. Attraverso piani temporali che s’intersecano senza sosta e che fanno di Lady Vendetta una straordinaria opera pop - l’intreccio di stili, il montaggio schizofrenico, l’eccezionale molteplicità di location non possono non ricordare il meraviglioso mosaico di Old Boy - il noir più grottesco di Chan-Wook porta sullo schermo l’amaro viaggio di Geum-ja, un angelo bianco che deve scontare una pena per giungere alla salvezza. Ma il racconto, pur balzando a ritroso per rivelare una verità, non vuole tratteggiare l’andamento complessivo del percorso che la protagonista compie, perché s’incastra in un solco che rende impossibile, a Geum Ja, il raggiungimento del proprio scopo. Ed è l’espiazione quell’ostacolo invalicabile, nonché tema portante (perché la vendetta, come nei precedenti due film della trilogia, si fa pretesto per narrare altro) su cui s’impernia Lady Vendetta. Il tema della vendetta, è chiaro, solleva una domanda primitiva: non è forse il vendicatore stesso un efferato omicida? E, allora, qual è il senso della vendetta?


La soluzione sembra risolversi in un’ambivalenza che caratterizza tanto il piano estetico del film di Chan-Wook quanto quello diegetico. E, tra corpi che si sdoppiano e si specchiano in oggetti in grado di farlo,Lady Vendetta è infatti un film in divenire, in costante metamorfosi: come l’angelo peccatore diviene demone salvatore, il cambiamento si avverte persino nella scelta cromatica - il film sostituisce i suoi colori che, da tonalità pastello, vengono tramutati in tinte livide e fredde – e nella narrazione stessa, che man mano si distanzia dai personaggi-macchietta che affollavano i luoghi e focalizza il proprio sguardo sempre più sulla donna, sola: e questo progressivo avvicinamento raggiunge il proprio picco quando s’indugia a lungo sul suo primissimo piano sotto la neve che cade, immagine di straordinaria forza evocativa (è qui palese, così come nel tema della reclusione, il contatto con la scena finale di Old Boy).


L’evidente cambiamento di tono di Lady Vendetta si avverte, più che mai, quando l’amaro ritratto di criminali come star in posa davanti ai fotografi lascia posto a un meno cinico, ma ben più doloroso, scenario di giustizia privata nella cupa aula di una scuola elementare. Il passaggio da un polo all’altro è evidente, quindi. Tuttavia, quella di Lady Vendetta non è più una violenza solo intima (Old Boy), né più centripeta (Mr.Vendetta). Pur rimanendo il mezzo necessario e unico per il conseguimento di uno scopo personale, stavolta la violenza è bipartita: è, da una parte, una piaga che in vasta scala affligge l’umanità; dall’altra, si tramuta nel dolore burrascoso della donna, che porta la croce di tutti i peccati del mondo per giungere all’espugnazione del suo miasma personale, e fa gravare su di sé le tremende colpe di altri. Quella di Park Chan-Wook, allora, è un’ode al dolore di rarefatta bellezza, che costruisce tutta la sua forza sulla potenza del doppio e delle ripetizioni: Geum-Ja ha consumato il corpo nero dell’assassino seduta ad un tavolo con tutti gli altri aguzzini e ha soddisfatto la propria oscura sete di rivalsa, ma adesso può finalmente alzare lo sguardo al cielo e coprirsi del colore della redenzione: bianco.


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