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Carol

2015-12-29 11:00

Federica Cremonini

Recensioni Film,

Carol

Anni '50...

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Anni '50. Therese (Rooney Mara), aspirante fotografa che lavora in un negozio di giocattoli, incontra quasi per caso Carol (Cate Blanchett), affascinante donna borghese che richiede consigli per un modello di trenino elettrico da regalare a sua figlia. Più per scaltrezza che per mera dimenticanza, la signora lascia sul bancone di Therese il suo paio di guanti, e da quel gesto nasce una tortuosa storia d’amore fra le due.


Contrariamente a quello che si potrebbe dire a fine visione, è di rilevante importanza specificare che quella di Carol è, ancor prima che una storia d’amore, la storia fra due donne: tratto da un romanzo di Patricia Highsmith, l’ultimo lavoro di Todd Haynes va a collocarsi nella moltitudine di film che trattano il tema dell’omosessualità; ma è chiaro sin da subito, non tanto nelle sue vicende, quanto più nel suo stile vintage e nelle scelte estetiche, che si tratta di un film unico. Carol e Therese - nell’abisso che definisce le loro differenze - sono accomunate da una gabbia che le separa anche dalla società, rappresentata dalla relazione che le due, simmetricamente alla loro fuga d’amore (quello autentico), hanno con i rispettivi compagni. L’impossibilità di esprimere la propria natura, confinata a ruoli prestabiliti dalla società americana degli anni ’50, stride con il ritratto natalizio di armonia e incanto dell’innevata metropoli da cui, difatti, le due donne evadono. Nella sua atmosfera rarefatta e spesso claustrofobica, egregiamente sottolineata dai toni pastello e opachi che caratterizzano la splendida fotografia realizzata da Edward Lachman, Carol è chiaramente incastonato - non a caso - nella fredda stagione invernale delle ipocrite festività natalizie. Ed è manifestamente una storia ambientata in un periodo ben preciso, che possiamo identificare grazie a una scelta ineccepibile di costumi e scenografia. In realtà è un racconto senza tempo che diviene di stretta attualità. Carol e Therese sono le personificazioni di sistemi opposti, entrambi in fuga da un insieme più grande che vorrebbe contenerle ma in cui non possono riconoscersi e che, a sua volta, non può accettarle in sé se non tramite il soffocamento della propria identità. E allora, alla perfetta bellezza dei colori e delle cornici paesaggistiche (prevalentemente ambienti chiusi che simboleggiano la cattività delle due protagoniste) che compongono le inquadrature, frammenti di una pellicola mai compiaciuta e né tantomeno soap-operistica, si accompagna un ritmo thriller a tratti convulso ma talvolta - e questo solo e sempre attraverso lo sguardo di una Therese che contempla e venera l’ oggetto fuori mano del proprio irraggiungibile desiderio in maniera quasi voyeuristica (come lo spettatore, a sua volta coinvolto negli atti più intimi della sua relazione con Carol) - decelerato e disteso. Non mancano le preminenti influenze del noir e in generale del cinema di una certa epoca (quella di Carol, ovviamente), ben visibili tramite la scelta di un cast che ricorda non troppo vagamente la bellezza elegantissima e timida di Audrey Hepburn, duplicata da Rooney Mara, e quella enigmatica e provocante di una Cate Blanchett che trascina la figura della femme fatale fino al giorno d’oggi.


A far da grande contenitore a questa mistione di stili e di generi, che mai discordano fra loro, c’è ovviamente il dramma sentimentale. Tra le sue venature si può scorgere una schiva (eppure lampante) critica sociale a più livelli generata dalla necessità di narrare una romanzata storia d’amore inattuabile, che si dirama in più direzioni svelando un dramma ancora più profondo: quello di un individuo suddito di una società che vorrebbe piegarlo, gestirlo, renderlo accettabile secondo le preferenze collettive. Non solo l’amore deve essere camuffato, ma una fotografa non può che essere una commessa e una madre non può che obbligatoriamente essere anche moglie. Todd Haynes fa un passo fondamentale quando decide di voler regalare, e non solo concedere, a Carol e Therese il finale che meritano e nel quale tutti, in fondo, speravamo: è forse questo a rendere il suo dramma un’opera fresca, così inconsueta e audace. Perché, infine, le sue due fragili protagoniste dipingono un mondo perfetto: non quello, seppur auspicato, della libertà individuale bensì quello di modelli fedeli e onesti. E non lo fanno con enfatici e ampollosi discorsi, ma tramite uno sguardo tremante e lontano che sussurra più di mille parole.


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