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Salò o le 120 giornate di Sodoma

2015-11-04 11:00

Mattia Caruso

Recensioni Film,

Salò o le 120 giornate di Sodoma

Era senza appello la condanna che Pier Paolo Pasolini, negli ultimi anni della sua vita, scagliava, feroce, contro il proprio presente, contro quella giovane ma

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Era senza appello la condanna che Pier Paolo Pasolini, negli ultimi anni della sua vita, scagliava, feroce, contro il proprio presente, contro quella giovane ma già imperante società dei consumi che stava impadronendosi, ogni giorni di più, degli stili di vita e dell'anima di milioni di italiani. Era ormai inevitabile, lo sapeva, quel futuro incombente dal quale cercava, con disarmante spirito profetico, di mettere in guardia lettori e spettatori, intellettuali e politici attraverso le invettive lucidissime dei suoi scritti corsari, dei monologhi concitati ai margini di qualche intervista o dei fotogrammi di pellicole sempre più cariche di angoscia. Un accumulo disperato, quasi a inseguire un tempo che, tragicamente, stava per finire. Un grido d'allarme prima dell'abbattersi, definitivo, dell'Apocalisse.


É in questo clima opprimente di disperazione e sconfitta che prende piede, sempre più agghiacciante e cristallino, il progetto di Salò o le 120 giornate di Sodoma, film postumo di uno degli intellettuali che forse meglio hanno saputo (farci) vedere l'orrore a cui si stava andando incoscientemente incontro. Con l'idea di realizzare un primo, ideale episodio a formare una futura Trilogia della Morte - da contrapporre alla precedente (e, per forza di cose, superata) Trilogia della Vita - e partendo dal romanzo di De Sade come spunto per innestare, poi, quell'universo di violenza e perversione nella realtà storica della Repubblica di Salò, Pasolini mette elegantemente in scena un affresco infernale e insostenibile sull'oscenità del Potere. In una villa isolata, attraverso capitoli che divengono gironi danteschi, si consuma l'orrendo gioco di prevaricazione, vessazione e sadismo di quattro potentati fascisti (il Duca, il Monsignore, l'Eccellenza e il Presidente) nei confronti di decine di giovani prigionieri, in un climax di depravazione e violenza crescente che, dal sesso alla coprofagia, dalla tortura fino alla morte, si fa trionfo della violenza assoluta e indiscriminata di un Potere che tutto può e tutto corrompe.


Salò è una tremenda discesa negli inferi dell'animo umano e, insieme, un grottesco viaggio tra le fiamme di un presente dove quell'inferno può, infine, dirsi compiutamente realizzato. Perché in Salò è proprio il sesso, elevato a degenerazione sadomasochistica e violenta, a farsi metafora di una società manipolatrice che tutto tollera e consente fino alla saturazione, fino all'inevitabile svuotamento totale di senso, dove l'uomo si fa oggetto e quindi merce di scambio, nel trionfo ultimo del totalitarismo definitivo: quello del consumo. Una verità incontrovertibile che, come qualsiasi verità dolorosa, prende vita senza alcun compiacimento da parte del suo autore, distaccata (e quindi più terribile) proprio come le mute immagini di tortura che questi mette in scena, viste a distanza, da un binocolo. Scandaloso, blasfemo, osceno, Salò è la rabbia che non conosce (quasi) misura o speranza; che smuove, inorridendole, le coscienze corrotte di un pubblico al contempo vittima e carnefice, attore inconsapevole di una mutazione dalle tinte “antropologiche” e abitante, suo malgrado, di un mondo degenerato dove tutto è mercificabile, sfruttabile, asservibile. Un'opera lucida e spietata che con la sua estrema lungimiranza critica ancora oggi, a quarant'anni di distanza, fa sentire, prepotentemente, tanto la sua necessità iconoclasta quanto la dolorosa mancanza di quell'occhio implacabile che l'ha partorita.


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