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Suburra

2015-10-14 10:00

Aurora Tamigio

Recensioni Film,

Suburra

Il curioso caso del noir made in Italy

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In una Roma senza più santi si intrecciano le vicende di Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), politico corrotto e ricattato; di un criminale ambizioso, Numero 8 (Alessandro Borghi); di un galoppino vigliacco (Elio Germano) e di Samurai (Claudio Amendola), potente boss che controlla un affare gigantesco che porterà malavita e gioco d'azzardo al controllo della Capitale.


Il curioso caso del noir made in Italy. Mafie, politica, trame di delinquenza a tutti i livelli. Da qualche anno a questa parte le storie che il pubblico ama sono tratte dalle opere di giornalisti come Carlo Bonini e Roberto Saviano o di magistrati come Giancarlo De Cataldo, e sono per lo più firmate da Stefano Sollima. Forse aveva iniziato già Michele Placido nel 2005 con il suo Romanzo Criminale per il cinema, ma è dimostrato come l'operazione televisiva arrivata tre anni dopo lo abbia nettamente superato. Così Sollima ci ha riprovato con A.C.A.B, nato fra le polemiche, per giungere a Gomorra – La serie, un prodotto (almeno per quanto riguarda la prima stagione) decisamente riuscito. Suburra ripropone il crime movie di casa: soggetto simile, cast ricorrente, autori noti. Che piaccia o no in pochi anni questo genere ha condotto il cinema italiano, se non nel futuro, almeno nel presente. Suburra arriva infatti (quasi contemporaneamente) sul grande schermo e in tv, prima produzione italiana a essere prossimamente distribuita da Netflix. Stefano Sollima è l'autore giusto per raccontare gli intrighi di ieri e l'attualità di oggi, sempre considerando che di segreti italiani si potrebbero riempire trame e trame. Anche se, a ben vedere, la storia raccontata è sempre la stessa.


Suburra ha già in sé la struttura di una serialità complessa e curata. Se la regia è giovanilistica, cosparsa di cultura gangster, di pulp e di citazioni al poliziesco italiano anni '70 (di cui Sergio Sollima, padre del nostro, è stato un degno esponente), la scrittura è quella – rassicurante – del cinema d'autore. Un inizio in metafora accompagna al tema dominante: chi protegge e chi viene protetto. Senza guida politica e senza autorità religiosa, Roma è una città abbandonata che aspetta solo che il più forte la prenda con la forza. L'attualità e i non pochi riferimenti alle cronache fanno da cornice a una tesi forte su cui sono costruite le scene criminali e i percorsi drammatici dei personaggi. Come già Michele Placido nel 2005, anche Sollima non rinuncia a dialoghi dal sapore retrò tra criminali troppo belli o troppo aristocratici (se non nei modi, nei ragionamenti) e politici che restano nobili anche nel loro degrado. A Suburra manca un po' la strada. E per un film che vorrebbe rappresentare l'impero delle periferie e la sporcizia dei quartieri alti non è una pecca da poco. Dove la sceneggiatura talvolta immalinconisce, la regia fa del suo meglio per metterci una pezza. Non è più così ovvio che una sparatoria sembri fare fuoco davvero, come anche che il fuoco e i pestaggi siano credibili. Invece in Suburra Roma è una città vera, forse un po' divinizzata ma cattiva come ce lo si aspetterebbe. Sugli attori, invece, poteva andare meglio. Se Pierfranesco Favino si conferma erede della recitazione "alla Gian Maria Volontè", manca accanto a lui un degno compagno. Per quanto apprezzabili siano gli sforzi di Elio Germano e la credibilità del personaggio di Claudio Amendola, il carisma villain di Alessandro Borghi si poteva sfruttare con più convinzione (magari prendendo spunto dalla prova madre in Non essere cattivo di Claudio Caligari), come anche il talento in crescita di Greta Scarano.


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