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La dolce vita

2015-10-05 10:00

Samantha Ruboni

Recensioni Film,

La dolce vita

Pietra miliare della storia del cinema

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Pietra miliare della storia del cinema, La Dolce Vita, Palma d'Oro a Cannes nel 1960, narra le vicende di Marcello Rubini (Marcello Mastroianni), giornalista con il sogno nel cassetto di diventare scrittore. Marcello si trova a che fare con dive (Anita Ekberg), intellettuali (Alain Cuny) e amori intrecciati (Anouk Aimèe, Yvonne Fourneaux, Magall Nöel), sperando di arrivare a uno stile di vita più alto ed elevato. Con un finale disarmante, nello stile che lo contraddistingue, Federico Fellini ci porta nella Roma della “dolce vita”: dissacrata, corrotta e arrogante celata da flash e bottiglie di champagne.


Denso di rimandi ad avvenimenti realmente accaduti, il film vaga fra i luoghi culto della Roma dell'epoca - in primis via Veneto - coi suoi bar frequentati da starlette e dive del cinema, ma non solo, anche la vita popolare e quella più intima e intellettuale degli interni dei salotti altoborghesi. La dimensione in cui si muove la trama è, come in ogni film del regista, quella onirica e trasognata. La maggior parte degli episodi si svolge di notte, una notte dove tutto può accadere, ma l'alba riporta tutti alla realtà e i personaggi come creature notturne rifuggono il sole per tornare alle loro misere vite di tutti i giorni. Con scene surreali e enigmatiche, il protagonista oltre alla città, indaga anche l'animo umano. L'alter-ego del regista fa i conti con il gusto e il disgusto dell'ambiente in cui vive, rischiando in ogni istante di perdersi in quella “giungla” che è la città di Roma e i suoi variegati abitanti e passanti. Il suicidio dell'amico a cui Marcello si sentiva più legato, smuove qualcosa nel cinico protagonista portandolo all'autodistruzione. Dopo la visione del mostro sulla spiaggia, Marcello scorge Paolina che cerca di parlargli, ma lui non la riesce a sentire. Il sorriso finale della bambina ci fa sperare che tutto non è perduto, che forse per Marcello - e per tutti noi - c'è ancora speranza.


Censurato e criticato dalla società dell'epoca (ricordiamo, per esempio, l'articolo intitolato La schifosa vita probabilmente redatto da Oscar Luigi Scalfaro), Fellini fa qui un ritratto dissacrante della Roma bene compiendo una riuscitissima analisi della società e permettendo agli spettatori di riflettere, disperare e nel finale perfino sperare. La regia, gli attori e la sceneggiatura sono sublimi e ben vengono armonizzate dai silenzi e dalla colonna sonora di Nino Rota, ormai parte dell'immaginario collettivo con le sue melodie di gusto circense. L'opera in cui si sancisce il connubio Fellini-Mastroianni, che troverà il suo grado massimo nel film successivo del regista, 8½, che con esso costituisce una sorta di pendant.


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