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Francofonia

2015-09-17 10:00

Valentina Pettinato

Recensioni Film,

Francofonia

Una dichiarazione d’amore all’arte, alla Francia...

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Una dichiarazione d’amore all’arte, alla Francia. Francofonia di Aleksandr Sokurov è una delle opere più interessanti presentate in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Un lavoro che lascia senza fiato, una messa in scena che unisce la storia, la bellezza, il presente e il passato, regalando allo spettatore un’esperienza unica, che coinvolge tutti i sensi. Siamo a Parigi, in balia dei nazisti: Jacques Jaujard, direttore del museo del Louvre, cerca di salvare le opere del museo dalla barbarie e dalla devastazione: troverà in Metternich un sorprendente alleato. Ma il film non è solo questo.


La macchina da presa ci fa viaggiare nel tempo, presentandoci uomini passati alla storia che con la loro creatività hanno nobilitato l’umanità e la miseria umana. È l’arte bellezza, che si stende, impassibile e fiera sullo scorrere delle epoche. E non c’è guerra, violenza o ignoranza che possa turbarla, o in qualche modo immiserirla. Lei rimane impassibile e fiera, arroccata nel suo immenso fulgore, a osservare le gli orrori e la tristezza delle lotte di potere. Così, non c’è indulgenza nemmeno per gli stessi uomini che l’hanno generata: l’arte ci ricorda quanto c’è di splendente ma anche di tragico e definitivo. Sokurov realizza un’opera intellettuale, ricorrendo a una voce narrante su un montaggio che attraversa presente e passato. Un caleidoscopio di formati, di finzione e realtà: ciò che accade è filtrato attraverso una dimensione onirica dove c’è qualcosa che fa capolino e prende forma, in bilico tra gli eventi e l’immaginazione. Il regista romanza la nascita di una sottile alleanza tra i protagonisti della Storia, antagonisti nelle vicende reali ma uniti in un religioso rispetto per l’Arte. Il film è intervallato da incursioni di personaggi come Napoleone, dagli interrogativi registici e dalla grammatica della Rivoluzione francese. Il Louvre è uno spazio violentato dall’invasione nazista, siamo in uno stato di allerta, anche se non c’è guerra visibile agli occhi se non quella tra i tempi filmici che si alternano. Sokurov è immerso nelle vicende: lo vediamo al Louvre, intento a realizzare il suo film, mentre fuori la tempesta rischia di inghiottire dei container con opere d’arte. Così riecheggiano gli errori del passato, risuona la storia, il museo è roccaforte per contenere ma allo stesso tempo far fuoriuscire l’arte attraverso i suoi visitatori, spargerla nel mondo. Il film celebra il principale difetto delle opere: la loro bellezza è al tempo stesso impossibilità di contaminare il reale. La realtà si ribella con i suoi orrori, e si lascia circuire, sedurre, solo per un po’. Così al bello non resta che manifestare per intero la propria superiorità estetica nei corridoi deputati a contenerla, senza poterla contenere. Ma l’opera di Sokurov è una magnificamente autoreferenziale, un monologo affascinante che non è dedicato a qualcuno, ma che celebra qualcosa. Sé, il suo cinema.


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