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Le origini del male

2015-05-29 10:00

Maurizio Encari

Film,

Le origini del male

A oggi penultima produzione in ordine di tempo della risorta Hammer Films, Le origini del male è il secondo film dietro la macchina da presa dello sceneggiatore

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A oggi penultima produzione in ordine di tempo della risorta Hammer Films, Le origini del male è il secondo film dietro la macchina da presa dello sceneggiatore John Pogue, dopo il decente esordio col sequel/remake Quarantena 2. Venduta dal marketing come una storia reale, la vicenda della pellicola è in realtà largamente ispirata dal Philip experiment, uno studio che ebbe luogo negli anni '70 e che si proponeva di dimostrare l'esistenza degli spiriti. Come spesso in questo casi, i risultati furono inconcludenti. L'adattamento in fase di sceneggiatura, curato addirittura a otto mani, segue le classiche vie del genere ormai in voga da anni, con un improbabile mix registico tra POV e riprese classiche, ripercorrendo tutti gli archetipi più classici del filone "esorcista".


Oxford, 1974. Lo stimato professore Joseph Coupland ha formato una squadra con alcuni dei suoi studenti per dar luogo a un esperimento paranormale. Il luminare infatti sta studiando da diverso tempo il caso della giovane Jane Harper, una ragazza vittima di eventi inspiegabili che mettono a repentaglio la sua stessa vita. Coupland è però convinto che non esista nessun fenomeno di possessione, ed è pronto a tutto pur di mettere in contatto la sua paziente con il presunto spirito, una bambina di nome Evey. Ma lo stesso professore nasconde dei segreti nel suo passato e il cameraman Brian, del quale Jane sembra essersi invaghita, è sempre più deciso a scoprire la verità. Intanto le capacità della ragazza si manifestano con sempre più violenza.


Non si può certo dire che la paura sia assente durante i cento minuti di visione, con alcune sequenze capaci di creare qualche discreto spavento, perlopiù sempre contaminate da una sottile tensione sessuale. Tuttavia Le origini del male fa difetto in una sceneggiatura che, muovendosi su stereotipi e luoghi comuni, non aggiunge nulla di nuovo al filone, perdendosi perdipiù in un finale tanto complesso quanto improbabile. La pochezza narrativa si rispecchia anche nella caratterizzazione superficiale dei vari personaggi, con alcuni colpi di scena prevedibili e risvolti non sempre chiari, che penalizzano le possibilità di coinvolgimento e la spinta empatica. Lo strano mix tra found footage e stile tradizionale si rivela inoltre straniante, con alcune scene girate con la macchina a meno senza reali motivazioni filologiche. Con un cast in cui spicca soltanto la brava Olivia Cooke, interprete di Jane, il film si fa comunque seguire senza troppi sbadigli grazie anche alla discreta regia e ai buoni effetti speciali. La sensazione, però, è quella di un'occasione mancata.


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