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Taken - La vendetta

2015-02-15 11:00

Alessia Bertolino

Recensioni Film, azione, taken,

Taken - La vendetta

Bryan affronta le conseguenze degli omicidi commessi a Parigi

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Olivier Fontana, in arte Olivier Megaton, firma il secondo capitolo del fortunato Taken - Io vi troverò, anche stavolta all’insegna di inseguimenti, sparatorie e arti marziali per le strade di una Istanbul incantata e labirintica, magica e scabrosa. Bryan (Liam Neeson) dovrà affrontare le conseguenze degli omicidi commessi a Parigi per strappare al pericolo la figlia Kim. La gita nella megalopoli turca si evolverà in un’avventura dai risvolti amari.


Curiosi ribaltamenti di ruolo coinvolgono stavolta i personaggi: il camaleontico Bryan, da spietato inseguitore diventa bersaglio e oggetto di vendetta; Kim (una esitante Maggie Grace), da sprovveduta adolescente - costretta a imbattersi troppe volte nella logica di un lurido contesto incentrato su denaro e prostituzione - dimostra gli attributi necessari degni di un’eroina. È la ragazza, spinta da un viscerale appetito di rivalsa, ad armarsi di granate e revolver così da poter finalmente abbattere i tenebrosi fantasmi del suo passato. Persino Bryan, temerario ex agente della CIA, scaltro e vigile anche nella più logorante delle circostanze, trasale alla notizia del fidanzamento della sua unica figlia. È questa l’unica nota leggera e comica dell’intero film.


Taken - La vendetta è un thriller ma soprattutto un film d’azione la cui dinamicità è anticipata sin dai titoli di testa, che appaiono insieme alle vedute aeree di una Los Angeles notturna. Megaton descrive gli anfratti bui in cui si svolge tutta l’azione, ma allo stesso tempo non esita a esibire la sua naturale vena pittorica regalando allo spettatore pochi secondi di pura, semplice fotografia. Significativo il linguaggio della macchina da presa megatoniana, testimone di fughe, urla, spietati conflitti a fuoco. Un attento occhio registico opera un assiduo pedinamento dei personaggi (in primo luogo del protagonista); talvolta esita, trema, indietreggia come se fosse esso stesso percosso da una pallottola. Il tutto è enfatizzato dalla rapidità del montaggio delle sequenze più dinamiche. Eppure gli scontri tra bene e male risultano il più delle volte scontati; manca il fattore tensione che viene - anzi - smorzato dall’infelice connubio pallottole/arti marziali, spesso e volentieri preferite al potere fatale e immediato di un’arma da fuoco. Trattandosi di un genere che fa dell’azione, della suspense e della tensione emotiva i suoi parametri essenziali,l’intreccio risulta nel complesso lacunoso e di insufficiente appeal. Un contributo non in linea con la carica “esplosiva” del nome d’arte scelto dal regista francese.


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