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V per Vendetta

2014-11-23 11:00

Martina Calcabrini

Recensioni Film,

V per Vendetta

McTeigue plasma un’opera intensa e coinvolgente che, nonostante i costanti spargimenti di sangue e le disperate grida di

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Portando sullo schermo l'omonima stravagante graphic novel creata da Alan Moore e illustrata da David Lloyd, i fratelli Wakowski supportano l’esordio registico di James McTeigue (già aiuto regista di George Lucas in Star Wars II - L’attacco dei cloni) con V per Vendetta. Forte della sua originale capacità espressiva e della sua versatilità autoriale, McTeigue riesce a fondere egregiamente classicismo e virtuosistici movimenti di macchina, enfatizzando il simbolismo implicito in ogni inquadratura.


Agli esordi del XXI secolo, in un futuro alternativo in cui la Germania è uscita vincitrice dalla Seconda Guerra Mondiale, la Gran Bretagna è stata trasformata in una società nazista controllata dal regime totalitario del cancelliere Adam Sutler (John Hurt). Stanco della sua tirannia, un uomo misterioso soprannominato V (Hugo Waving), nascondendo la propria identità dietro alla maschera di Guy Fawkes, compie eclatanti atti terroristici per incitare la nazione alla rivolta. Esattamente come fece il cospiratore britannico, infatti, egli minaccia di far saltare il parlamento e uccidere tutti i maggiori rappresentanti del potere. Il suo incontro con la giovane Every Hammond (Natalie Portman), però, risveglia nell’uomo la speranza di un mondo migliore.


In un universo distopico in cui la tirannia mediatica di stampo orwelliano decide le sorti della vita umana, un gruppo di uomini corrotti, malvagi e spietati attua una perversa politica di terrore. Dominatori indiscussi di un regime arido e apocalittico, devastano intere città con il solo scopo di accrescere le proprie ricchezze. La loro condotta immorale e viziosa scatena la brama di vendetta di un uomo talmente assetato di giustizia da rivelarsi il fantasma del (loro) Natale passato, venuto per la resa dei conti. Leader incontrastato di qualsiasi atto di ribellione pubblica e privata, V indossa una maschera connotata da un sorriso sornione e da uno sguardo indagatore e diabolico che scruta, giudica e, laddove necessario, punisce. Assumendo ben presto il pieno controllo della diegesi narrativa, V manipola l’attenzione degli spettatori, li rende partecipi dell’azione e, paradossalmente, li spinge a tollerare la sua condotta. Inseriti, dunque, nel meccanismo perverso della sua rivolta, il pubblico prende parte alla sua futuristica danse macabre, ne segue il ritmo e, più o meno volontariamente, ne impara le coreografie. Attraverso espressionistici giochi di luce, illuminazioni stroboscopiche e glaciali virtuosismi registici, McTeigue plasma un’opera intensa e coinvolgente che, nonostante i costanti spargimenti di sangue e le disperate grida di dolore, lascia intravedere la speranza di poter cambiare il mondo solo con la forza di un pensiero innovativo.


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