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Quarto potere

2014-11-12 11:00

Martina Calcabrini

Recensioni Film,

Quarto potere

Il capolavoro indiscusso del cinema, attorno al mistero di Rosebud

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Nel 1941 l'esordiente Orson Welles decide di sedersi in cabina di regia per realizzare Quarto Potere, un giallo intenso e innovativo che, superando le convenzioni del cinema classico e infrangendo le regole aristoteliche, si rivelava una libera trasposizione cinematografica della biografia di William Randolph Hearst, potente magnate dell'industria di legname e dell’editoria.


Il giovane Charles Foster Kane (Orson Welles) vive una vita umile in una piccola cittadina americana. Quando la madre eredita una fortuna, l'istruzione del bambino viene affidata alle cure di una prestigiosa banca, responsabile dei suoi interessi monetari fino al venticinquesimo compleanno. Venuto in possesso del patrimonio, Charles - ormai direttore di trentasette testate giornalistiche - si presenta come difensore dei lavoratori e si candida come governatore della città. A pochi giorni dalle elezioni, però, uno scandalo rovina la sua reputazione e il suo matrimonio. Poco dopo aver ottenuto il divorzio, sposa Susan Alexander (Dorothy Comingore), aspirante cantante lirica, le costruisce un teatro personale e la costringe a esibirsi nonostante i giudizi negativi di pubblico e critica. Nel frattempo fa erigere il castello di Kambdalù, lo riempie di statue e di opere d'arte e lo trasforma nella lussuosa dimora in cui la donna passa le sue monotone giornate.


Inquadratura di un minaccioso cartello. Lenta carrellata verso l’alto e lo spettatore viene immesso in una residenza imponente, oscura e misteriosa. La dimora residenziale di uno degli uomini più famosi e discussi d’America diviene il mausoleo in cui egli trascorre gli ultimi, desolati, giorni della propria vita. In punto di morte, Charles Foster Kane pronuncia una parola che potrebbe custodire un arcano segreto, la scoperta del quale riempirebbe le prime pagine di tutti i rotocalchi. I giornalisti, allora, intervistano le persone a lui più care da cui scoprono aneddoti, curiosità e aspirazioni del magnate. Nonostante però tutti concordino sulla sua smisurata brama di gloria e sulla sua perversa concezione superomistica, Kane continua a rimanere un rompicapo persino per i suoi familiari. Incorniciando la vicenda in un impianto scenico - barocco e pomposo - che fonde cinema e teatro in un organico unicum spazio/temporale, Orson Welles utilizza sequenze metacinematografiche come opache finestre sul mondo contemporaneo e come specchi frammentari di una realtà deforme e corrotta. Sceglie, inoltre, di raccontare la storia in modo distaccato, impersonale e oggettivo, in modo che il pubblico possa -fotogramma dopo fotogramma - sviluppare un’idea personale sul protagonista. Il regista, da parte sua, assistendo alla scena come un semplice voyeur, divide la narrazione in due spazi diegetici connessi attraverso flashback, dissolvenze e inusuali profondità di campo. Utilizzando la magistrale fotografia espressionistica di Gregg Toland - capace di fondere meccanica, ottica e illuminotecnica - Quarto Potere si rivela un capolavoro di indagine psicologica e una coraggiosa analisi della pericolosa metamorfosi del sistema capitalistico americano.


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